venerdì 29 luglio 2011

Episodio 2.6.5 – Intermezzo Crudele

Il dottor Alan Richmond gestiva uno dei più rinomati consultori familiari transrazziali di tutta l’Inghilterra. Laureato in medicina a pieni voti al King’s College, Richmond aveva esercitato felicemente la medicina ostetrica ai più alti livelli, finché non era stato infettato dalla licantropia soccorrendo una vittima di incidente stradale mentre era fuori servizio. All’epoca le leggi inglesi vietavano che le persone affette da licantropia esercitassero la medicina negli ospedali e il dottor Richmond aveva dovuto lasciare l’ospedale. Richmond era caduto in depressione, ma non si era arreso. I pazienti affetti da licantropia in Inghilterra erano discriminati come i malati di AIDS agli inizi dell’epidemia e in particolare le donne incinte erano quasi prive di assistenza. Il dottor Richmond aveva preso tutti i suoi risparmi, comprato una simpatica casetta vittoriana e aperto una clinica ginecologico-ostetrica privata per mutantropi. All’inizio era poco più che una clinica semi-clandestina, piena di buona volontà ma scarsa di attrezzature, dove lavoravano solo lui e Mrs. Appleford una attempata infermiera scorbutica che si era presa la mutantropia murina lavorando con i drogati, poi la voce si era sparsa ed i clienti erano fioccati, così come le donazioni da associazioni per i diritti esistenziali e la clinica si era espansa e migliorata: erano arrivate nuove infermiere, un altro medico, il dottor Aravind Singh, un giovane leopardo mannaro indiano che era riuscito ad ottenere una borsa all’Imperial College nascondendo la sua condizione, e i macchinari erano stati rinnovati.
Ora, dieci anni dopo il Protocollo di Tara la sua clinica, nascosta nella periferia dell’enclave magica di Londra, si era espansa anche nel campo del counseling e della pianificazione familiare, nonchè della neonatologia e pediatria.
Richmond aveva stretto una collaborazione con un gruppo di psicologhe transculturali e di esperte di genetica, che ora tenevano corsi sulla pianificazione familiare per coppie miste, sulle difficoltà che i genitori non mutantropi incontravano nel crescere figli affetti, sulla medicina riproduttiva e sui trattamenti disponibili per ridurre il contagio materno-fetale.
Quando le notizie degli attentati arrivarono in TV, interrompendo i programmi, la sala d’attesa era quasi sgombra ma Claire e Sarah, le psicologhe, stavano tenendo un corso per coppie miste di aspiranti genitori. Aravind aveva rivolto uno sguardo preoccupato al televisore e poi al suo capo. Richmon aveva capito al volo la sua preoccupazione. Se davvero c’erano in giro dei terroristi che se la prendevano con i non-umani, forse era meglio chiudere la clinica in anticipo.
Fece un cenno affermativo al collega più giovane, che si alzò e bussò alla porta della sala dove si svolgevano i corsi. “Sarah, Claire, fate uscire tutti, chiudiamo la clinica.” disse con voce calma, la stessa che usava anche durante i parti più difficili.
“Che succede?” chiese Sarah, preoccupata e irritata al tempo stesso, poi gettò un’occhiata al televisore e rientrò a spingere le coppie frastornate fuori dalla sala con gentilezza ma fermamente.
Aravind gettò uno sguardo alla sala d’attesa e vide che Mrs. Appleford stava buttando fuori le ultime pazienti con i suoi soliti modi burberi. Da sole, le pazienti sarebbero state meno in pericolo, se ci fosse stato qualche pericolo. Di certo i terroristi non sarebbero andati a cercarle casa per casa, mentre la clinica, rinomata com’era, sarebbe stata un bersaglio di prim’ordine. Le autorità, stava dicendo intanto la speaker alla televisione, avevano raccomandato la calma e di evitare i luoghi pubblici, se possibile rimanendo in casa.
Stavano già spegnendo gli ultimi macchinari per chiudere e andare a casa anche loro, anzi, Claire era gia’ nel parcheggio ad armeggiare con le chiavi, quando un furgone della polizia si fermò davanti alla clinica. Aravind, fermo sulla porta a controllare l’esodo ormai quasi finito si sentì subito rassicurato: le autorità stavano facendo il loro dovere e, come annunciato, stavano inviando pattuglie a presidiare i luoghi a rischio.
Dal furgone scesero una mezza dozzina di poliziotti in uniforme, armati di fucili automatici, seri in volto ed apparentemente pronti ad ogni evenienza.
Claire sorrise loro affabilemente, girando la chiave nella portiera della macchina. “Meno male che siete arrivati, agenti... Ora posso andare a casa tranquilla.“disse e l’agente fece fuoco, sparandole in pieno petto e gettandola contro la portiera dell’auto.
Aravind rimase agghiacciato per un istante e un altro agente fece fuoco su di lui ripetutamente, colpendolo alle gambe e al torso. Aravind Singh ebbe appena il tempo di rendersi conto che quelli erano terroristi prima di scivolare nel buio.

Perceval, capelli biondi tagliati a spazzola, percorreva metodicamente i corridoi della clinica blasfema. Le pareti imbiancate erano macchiate qua e là di sangue, sangue impuro, delle bestie e di coloro che fornicavano con esse. Perceval era soddisfatto, euforico,sentiva che finalmente era giunto il momento della riscossa, era giunto il momento che la gente prendesse coscienza del fatto che la società era marcita per colpa di questi abomini, della libertà di culto e del multiculturalismo, che stava solo imbastardendo i valori cristiani europei. Oggi era il primo giorno di una era gloriosa, che avrebbe visto il ritorno ad una società più giusta e finalmente depurata. Basta dare assistenza alla feccia del mondo. Quando veniva chiamato per intervenire su reati di discriminazione razziale o religiosa o di omofobia, Perceval riusciva a stento a contenersi. Era entrato in polizia per sbattere dentro la feccia, gli anormali, i froci, gli idolatri, non per difenderli da quelli che giustamente li mettevano al loro posto. Se avessero continuato così, a blandirli con sussidi e leggi anti-discriminazione, a trattarli meglio che i cittadini veri, l’Europa intera e soprattutto il Regno Unito sarebbero stato invasi... “Eccoti l’accoglienza...” ringhiò a bassa voce, sparando un colpo alla testa a qualcuno che ancora si muoveva. Proiettili d’argento di grosso calibro, pensò con un sorriso. Avrebbero sistemato qualunque cosa. In quel momento, ebbro di sangue e fatto fino ai capelli di coca, perceval si sentiva in grado di spaccare il mondo.
Un rumore alle sue spalle gli diede un minimo di avvertimento necessario per farlo voltare. Artigli affilati gli lacerarono il giubbotto antiproiettile e zanne crudeli gli maciullarono un braccio, costringendolo a mollare il fucile. Perceval rotolò per terra sotto il peso di un corpo disgustosamente peloso, gridando di dolore, ma ebbe ancora la presenza di spirito di estrarre la pistola con la mano sana e sparò alla cieca, finché non sentì che la stretta sul suo braccio si afflosciava. Facendo forza con tutte le sue energie, si scrollò l’abominio di dosso: era un uomo-lupo, coperto di sangue, con più buchi nel petto che una forma di formaggio svizzero. L’abominio tossì una boccata di sangue, emettendo un verso strano. Perceval ci mise un secondo a capire che stava ridendo. “Se non muori dissanguato... –sputò l’abominio, ansimando – Diventerai come me... Ironia tragica...” rise ancora, anche se stava morendo.
Perceval, accecato dalla rabbia, si tirò in piedi e svuotò il resto del caricatore in testa alla bestia, finendola, e non smise di premere il grilletto finchè non lo sentì scattare a vuoto. La rabbia cieca lasciò il posto alla disperazione.
Era stato morso da un abominio! Era stato infettato!
Sarebbe diventato uno di loro, era solo questione di tempo. Sarebbe diventato un abominio anche lui, perso dalla grazia del Signore.
Cosa poteva fare? Cosa doveva fare?
Con la mano sana si frugò nella tasca del giubbotto antiprioettile, recuperando il caricatore di riserva e, con mosse goffe e dolaranti, espulse quello vuoto dalla pistola ed ricaricò. La bocca della pistola era fredda contro la sua tempia. Perceval esitò. Era stato preso mentre compiva il suo sacro dovere, aveva un posto assicurato tra i Giusti, ma se si fosse suicidato? Sarebbe finito tra i dannati lo stesso o il Signore avrebbe compreso il motivo del suo gesto? certo non poteva permettere che uno dei suoi veri fedeli si consegnasse all’abominazione? Perceval desiderò di aver fatto più attenzione ai seminari di dottrina della Confraternita.
La pistola si spostò dalla tempia. Magari sarebbe morto dissanguato in tempo, prima che la trasfornmazione facesse effetto, si disse. ma se non fosse successo? Se il contagio avesse avuto tempo di installarsi dentro di lui? Avrebbe avuto la forza di farlo, allora? O sarebbe già stato perduto per sempre.
L’incertezza e la paura per lo stato della sua anima immortale lo laceravano più delle ferite.
Fortunatamente, un rumore di passi pesanti, di piedi calzati di anfibi, risuonò nel corridoio. Da dietro l’angolo sbucò il suo sergente, con il fucile spianato.
“Mio Dio, Perceval!” esclamò e fece per avvicinarsi, gettandosi il fucile a tracolla.
“No! Fermo! Mi hanno preso.” singhiozzò Perceval.
Il sergente si bloccò e impugnò di nuovo il fucile, incerto.
“Fallo! Fallo! Prima che diventi come loro! Non lasciarmi alla dannazione!” lo incitò il ferito, isterico.
Il sergente scosse la testa, desolato e rialzò il fucile. “Dio lo vuole.” disse piano.
Perceval chiuse gli occhi e appoggiò la testa sul pavimento. Andava tutto bene, stava per andare dal Signore. Era un crociato, sarebbe stato accolto come un figlio prediletto, perche aveva lottato per la Sua Gloria.
“Dio lo vuole...” mormorò.
La detonazione risuonò in tutto il corridoio.

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