Molte persone non apprezzavano particolarmente viaggiare tramite portale: lo spostamento spaziotemporale e l'assenza di riferimenti visivi spesso procurava malessere e nausea ai viaggiatori.
I più esperti consigliavano di chiudere gli occhi, respirare profondamente e non pensarci.
A Manuel Carvalho invece piaceva molto la leggera vertigine che provava quando si lasciava risucchiare in un portale e faceva tutto il viaggio ad occhi aperti, godendosi i mille giochi di luce e colore causati dalle leggere increspature nella struttura interna del passaggio.
Ogni volta doveva seriamente trattenersi per non lanciare un urletto da marmocchio sulle giostre: sarebbe stato decisamente poco serio e poco professionale, soprattutto questa volta, considerando dove stavano andando e perché.
L'arrivo era sempre un po' disorientante: improvvisamente uno si ritrovava di nuovo con del vero terreno solido sotto i piedi e la spinta (o il risucchio, a seconda dei personali punti di vista) generata dal portale veniva meno.
Incespicare per un attimo davanti all'uscita era una cosa assolutamente normale, soprattutto per le persone che non abituate; il trucco era iniziare a camminare già dentro il portale, non appena si vedeva l'uscita in lontananza, come una macchia più scura in fondo al tunnel di luce colorata.
Manuel rimase un po' stupito quando, all'uscita dal passaggio vide Olga e Svetlana esitare e barcollare davanti a sé.
Il portoghese sapeva che entrambe le sue colleghe erano veterane dei viaggi tra portali, perché mai erano incorse in questo errore da novelline?
Con questa domanda in mente, mise un piede fuori dal tunnel di luce, sull'asfalto della strada, e quasi inciampò anche lui, colto di sorpresa dallo scenario che aveva davanti agli occhi.
Se non gli avessero detto in anticipo che la scena era a Friburgo, probabilmente a prima vista non l'avrebbe capito.
Sembrava Sarajevo, sembrava Beirut, sembrava Gerusalemme nei momenti peggiori, sembrava Baghdad, sembrava Kabul.
Sembrava un angolo di inferno in terra.
Le due imboccature della strada, davanti a loro e alle spalle del portale, che si stava richiudendo, erano presidiate da volanti della polizia. La strada era totalmente nel caos.
Poco più avanti alcuni paramedici stavano prestando i primi soccorsi a un ferito, una ragazzina che urlava disperatamente con una scheggia di metallo conficcata in una spalla e il volto tutto escoriato.
I pompieri lavoravano freneticamente per estrarre qualcuno da sotto una macchina, le seghe circolari stridevano come uccelli infernali.
Ovunque sangue, urla, lamiere, macerie, caos, disperazione, shock. Poliziotti trasposrtavano feriti, passanti si prodigavano per dare assistenza e conforto, alcune vittime, forse stordite o assordate dalla bomba, o semplicemente sconvolte, vagavano senza meta, gli occhi persi, calpestando schegge di vetro e legno e brandelli di stoffa e carta annerita, semi-carbonizzata.
C'erano degli agenti seduti sul marciapiede, non sembravano feriti, ma fissavano il vuoto davanti a sé senza vederlo; alcuni si dondolavano ritmicamente, altri mormoravano qualcosa di inintelligibile fra sé e sé, molti piangevano.
Erano sotto shock.
All'accademia di polizia non ti preparavano per affrontare questo, niente ti poteva preparare ad affrontare questo.
Uno dei palazzi era completamente sventrato, l'ingresso era pieno di macerie e lamiere e su quello che era stato il marciapiede c'era un grottesco ammasso di metallo contorto che poco prima aveva fatto parte di una o più auto. Altre auto e un furgoncino delle consegne tutto maciullato e annerito erano rovesciati come giocattoli.
Anche gli edifici tutto intorno erano lesionati, palazzi di uffici e negozi, e in tutta la via le vetrine e le finestre erano andate in frantumi per la forza dell'esplosione. Da alcune finestre usciva il fumo acre di principi di incendio e squadre di pompieri cercavano di far fronte anche a questa emergenza.
C'era sangue ovunque, macchie rosso cremisi abbastanza grandi da far dubitare della sopravvivenza dei proprietari. Una donna anziana, con il viso coperto di sangue, abbracciava un ragazzo in lacrime con i pantaloni a brandelli.
Poco più in là, una donna in tailleur chiamava qualcuno al cellulare con voce rotta dal pianto.
I feriti urlavano, i soccorritori gridavano ordini e avvertimenti, le sirene suonavano: altre ambulanze stavano arrivando, per fortuna.
Alcuni paramedici erano infagottati in tute di contenimento, per paura del contagio da licantropia in seguito al contatto con il sangue delle vittime, altri lavoravano senza protezioni, incuranti del rischio.
Gli agenti del DCS erano rimasti bloccati all'uscita del portale ormai chiuso per un buon minuto, tanto ci era voluto anche a gente come loro, abituata ad intervenire in situazioni estreme, ad assorbire l'impatto della scena.
“Ma porco... !” esclamò Lykos, rompendo l'incantesimo e corse via a prestare soccorso come poteva.
“Lykos!” chiamò Svetlana, facendo per trattenerlo, ma Narwa fece segno di no con la testa. “Lascialo andare. È sconvolto, non potrebbe esserci di aiuto ora.”
Con passo risoluto, si avvicinò all’epicentro del disastro, seguito dai suoi uomini.
Manuel camminava guardando per terra, cercando futilmente di non calpestare i vetri. Il suo sguardo cadde su un brandello di carta, un manifesto. “L’Abbandono Scolastico dei Mutantropi... e Buone Pras... ” si riusciva ancora a leggere. Un altro brandello poco distante recava la data odierna. L’appuntamento per la conferenza sarebbe stato tra poche ore, la fortuna nella sfortuna era che la bomba fosse scoppiata troppo presto, altrimenti la conta delle vittime sarebbe stata assurdamente più alta. Manuel rabbrividì involontariamente.
La ricetrasmittente del capitano Narwa pigolò. “Ehi Narwa, lo sai che tra poche ore ci sarebbe stata anche la commissaria europea Schumann in quel posto? – lo informò Buck, il loro tecnico IT, un folletto dalla voce bianca – Mi gioco quello che vuoi che era lei che volevano far saltare. C’era una conmferenza sull’adolescenza problematica dei mutantropi.”
Narwa grugnì qualcosa di inintellegibile. Non aveva bisogno di distrazioni in quel momento, stava cercando di farsi un’idea della scena del crimine. Aveva visto anche lui i brandelli di manifesto ed era anche lui dell’idea che la bomba avrebbe dovuto scoppiare durante la conferenza. Stava appunto cercando di capire se ci fossero segnali che indicavano perché fosse scoppiata prima, ma, nonostante la sua abilità di cercatore di tracce, credeva che senza l’aiuto di Mark e dei suoi non sarebbero riusciti a determinarlo. Di questi tempi, con le istruzioni su internet e tutto, un cretino qualunque poteva fabbricare una bomba ad alto potenziale con del fertilizzante di libera vendita, quindi poteva essere semplicemente un errore di progettazione, un timer mal settato, ma qualcosa, qualche istinto gli diceva che quello era qualcosa di più.
“Narwa?! – esclamò Buck, improvvisamente preoccupato – Narwa, hanno messo già una rivendicazione.”
“E chi sono? – domandò Narwa, vagamente scocciato – I soliti terroristi islamici?”
Appena detta, la cosa già non gli suonava. Uno dei vice-presidenti dell’Associazione era una tigre mannara, un tipo pakistano molto osservante, con tanto di costume tradizionale e l’associazione in sé era a-confessionale e prestava assistenza legale, psicologica e anche medica a persone mannare di tutti i tipi.
“Occazzo!” esclamò Buck, con una voce sepolcrale.
“Che succede?” domandò Narwa, preoccupato.
“Narwa, sono gli stessi!” disse il folletto.
“Gli stessi chi?” chiese l’elfo spazientito.
“Gli stessi del caso di Rebeq: i Confratelli del Sesto Giorno. Mark mi ha appena mandato la scansione del loro biglietto.” spiegò Buck, agitato.
“Damnú air!” pensò Narwa, i cui presentimenti sul caso stavano peggiorando di minuto in minuto.
“Agenti! DCS! – chiamò, appoggiando una mano sul microfono della ricetrasmittente per non assordare Buck – Sparpagliatevi e cercate. C’è stata una rivendicazione, è stato un attacco organizzato, potrebbe esserci un secondo ordigno o una trappola magica. Se trovate qualunque cosa di sospetto, chiamate gli artificieri o i negatori, non fate gli eroi. Anche tu, Olga. Non provare a negare niente da sola.”
Olga fece una smorfia, ma avrebbe obbedito.
I suoi uomini annuirono e si divisero lungo tutto il perimetro, anche Arsinoe la trainee. Il portale luccicava ancora fiocamente all’imboccatuira della via e per un attimo Narwa considerò di ordinarle di tornare indietro, ma il portale si spense proprio in quel momento e Narwa lasciò perdere.
“Che dicono?” chiese alla ricetrasmittente, camminando a passi larghi verso la sua sezione di perimetro, los guardo che dardeggiava qua e là alla ricerca di segnali di pericolo.
“Che dicono chi?” fece Buck.
Narwa trattenne un ringhio. “I dannati cac ar oineach della rivendicazione! Che dicono?” sbraitò.
“Allora, lo sto ancora leggendo... – si affannò il folletto – Ce l’hanno su con i non-umani, questo è chiaro. Ma anche con i pagani, i gay, le donne emancipate, gli arabi, la gente che usa perizomi rosa... No, quest’ultima scherzavo...” ridacchiò, ma si fece serio quando narwa gli urlò nella radio: “Buck!”
“Scusa, scusa... Non lo faccio più. Allora... Deliri religiosi vari... Sono proprio fuori di zucca, questi tipi. Si credono crociati... – sbuffò incredulo – Appello alla gente di fede contro i non-umani e i pagani... Minacce alla Comunità Magica Europea...”
Buck fece una pausa.
“Che c’è?” chiese Narwa.
“Chiedono l’abolizione del Protocollo di Tara. – disse Buck, sepolcrale – Dicono che colpiranno ovunque in tutta Europa, finchè non otterranno quello che vogliono.”
“Solite cose... Lo dicono tutti i terroristi.” tagliò corto Narwa.
Ci fu un altro lungo silenzio dall’altro capo della linea.
“Buck?! Buck?! Ci sei ancora?” chiamò Narwa, innervosito, controllando brevemente la ricezione del segnale.
“Cach!” esclamò Buck improvvisamente. “Narwa.. – pigolò in preda al panico - L’hanno fatto davvero. È appena arrivato un comunicato dall’Estonia. Uno stabilimento delle Manifatture Cobolde Vabadus è saltato in aria a Riga.”
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