Anche se non c'entra quasi niente a livello di trama, questa storia è stata ispirata dal film "Il concerto" di radu Mihailehanu.
Darja si svegliò al suono del violino di Elias. Nella casa risuonava una musica estremamente triste e malinconica.
Eranp già alcune settimane che Elias si comportava in modo strano, più o meno da quando erano arrivati nella casa, alla fine dell'ultima missione. La scintilla fiera e indomita che aveva imparato ad amare nei pochi e travagliati mesi della loro relazione era scomparsa dai suoi occhi.
Spesso, appena dopo il tramonto, Elias prendeva il violino che avevano recuperato a Berlino e iniziava a suonare qualche musica triste. Alcune Darja le riconosceva: Paganini, Chaijkovski e Chopin, altre no. Forse le aveva composte lui stesso.
Ogni volta, ad un certo punto del concerto, a volte prima, a volte quasi alla fine, c'era una sbavatura, una imperfezione. A volte era una nota suonata fuori tempo, troppo in ritardo, a volte era un suono sporcato da un dito che scivolava sulla corda, ma sempre il concerto si interrompeva bruscamente. Darja sentiva la porta di ingresso sbattere violentemente ed Elias che correva fuori, nel bosco per tornare solo all'alba ed accasciarsi sul letto, piombando subito nel sonno senza sogni dei vampiri.
Darja sapeva che c'era qualcosa che non andava, ma, per quanto si sforzasse, Elias non ne voleva parlare, anzi, ogni volta che Darja toccava l'argomento, il suo compagno diventava aggressivo e se ne andava.
Nuvole nere e gonfie di pioggia si addensavano all'orizzonte. Darja sapeva che la tempesta era in arrivo, ma poteva solo aspettare.
Anche questa volta, come tutte le altre, Darja ascoltò rapita il concerto, sperando che stavolta tutto andasse bene, trattenendo il fiato in attesa, finché ad un certo punto, in un passaggio particolarmente difficile, ecco un errore a rovinare l'armonia perfetta.
Si sentì un grido a malapena umano e poi un rumore di cose che venivano sfasciate. “La tempesta è arrivata...” pensò Darja e corse giù dalle scale.
Elias era in sala, in preda ad una furia cieca, stava facendo scempio di tutto quello che trovava in giro, maledicendo i tedeschi con le peggiori e più creative maledizioni mai concepite in Polonia. In mezzo alla sala, in terra ma intatto, stava il violino. Darja sapeva che, per quanto arrabbiato, Elias non avrebbe mai distrutto un violino, non dopo che i nazi avevano sfasciato il suo sotto i suoi occhi per spregio, prima di spezzargli le mani.
Darja si fermò sulla soglia e aspettò con le lacrime agli occhi.
Elias tirò un pugno al muro, così forte da farci un buco. Quando ritrasse la mano, era tutta insanguinata. Darja non riuscì a trattenere un lamento. Elias sentì, si girò verso di lei e finalmente la vide.
Crollò in ginocchio a terra, tenendosi la mano rotta e sanguinante, e iniziò a piangere, scosso dai singhiozzi.
Darja si avvicinò piano, camminando come in sogno tra i resti mutilati del mobilio, e si inginocchiò accanto a lui. Lo abbracciò stretto e gli mormorò parole di conforto, accarezzandogli i capelli.
“Perché?” gemette Elias. Darja non avrebbe saputo cosa rispondergli, ma lo strinse più forte a sé, sentendo le ossa sporgenti attraverso la camicia.
Dopo qualche istante, Elias alzò la testa dalla spalla di Darja e la guardò dritta in viso. Nei suoi occhi c'erano solo rabbia e tristezza. “Sarebbe meno crudele se non potessi suonare più del tutto, sai? E invece, ogni volta che prendo in mano il violino, penso che riuscirò ancora a suonare come facevo una volta, ma non è così.” disse piano, tra le lacrime.
“La tua musica è ancora bellissima.” lo confortò Darja.
Elias scosse la testa. “No, Darja. È spezzata, mutilata. - disse amaramente – Io un tempo ero un virtuoso, suonavo queste musiche senza una sbavatura. Era un'armonia perfetta. Ora sono al massimo mediocre. Potrei sopportarlo, se non mi ricordassi com'era prima, se non sapessi tutto quello che ho perso...”
Darja tacque. Non c'erano parole per sanare la sua perdita, poteva solo lasciarlo sfogare.
“Se non potessi più suonare, sarebbe meglio, almeno non avrei la tentazione di provare e la disperazione di non farcela, ma per quanto cerchi di spezzarle definitivamente, guariscono sempre, ma mai del tutto.” confessò, stringendosi al petto la mano insanguinata.
“Fa male da impazzire, come la prima volta, ma ogni volta spero che sia quella buona. Spero di disfare il danno che mi hanno causato e di tornare ad essere com'ero, o almeno di finirla una volta per tutte, ma non succede... - singhiozzò – Sono una rovina, un'ombra di quello che ero... E la mia musica è rotta e inutile come un tavolo senza una gamba o un telefono senza cornetta...”
A Darja si stringeva il cuore a vedere Elias ridotto in quello stato. Non sembrava nemmeno l'uomo che, raccattato in fin di vita, con la tisi e le mani rotte, aveva chiesto di diventare un vampiro per poter combattere ancora contro il nazismo. Elias ora sembrava sconfitto e invecchiato. Che si lasciasse abbattere da una cosa del genere, dopo tutto quello che aveva passato, avrebbe potuto sembrare assurdo, ma Darja sapeva che la musica e il violino erano le ultime cose che tenevano Elias ancorato alla sua vita passata.
Nei mesi precedenti, non avevano mai avuto un momento di tregua, sempre all'inseguimento di qualche nazista, sempre sul piede di guerra, ma ora che erano a riposo, Elias si stava pian piano rendendo conto, ora che aveva finalmente il tempo di farlo, di tutto quello che aveva perso: padre, madre, amici, casa e, addirittura, la sua città.
La musica era solo l'ultima goccia in un vaso già pieno di dolore fino all'orlo.
Elias piangeva disperatamente, singhiozzando così forte che tutto il suo corpo quasi scheletrico ne era scosso. Darja non poteva sopportare di vederlo così. “Maledetti nazi!” imprecò sottovoce.”Ascoltami bene, Elias Rabinovitch – disse prendendogli il viso tra le mani, con gli occhi che scintillavano di lacrime e di rabbia, ma con voce ferma – La tua musica non è un rottame. È come la Vittoria di Samotracia, o la Venere di Milo: non è più come era un tempo, ma non per questo è meno bella, anzi, lo è ancora di più per essere sopravvissuta alla guerra e alla distruzione.”
Elias smise di singhiozzare e la guardò, attonito.
“Tu non sei finito, Elias – continuò Darja, con voce più dolce – Hai ancora tanto da fare, tanta bellezza da dare al mondo. Puoi ancora comporre e insegnare. Puoi ancora inseguire l'armonia assoluta e, un giorno, se non ti arrendi, sentirai le tue opere suonate al Bolshoy. Hai solo iniziato la tua nuova vita, Elias Rabinovitch, – mormorò, accarezzandogli il viso – ma se ti arrendi ora, quelli che ti hanno fatto questo avranno vinto.” Mentre parlava, grosse lacrime silenziose scorrevano sulle sue guance.
“No. - disse Elias, asciugandosi il viso con la mano buona – Non glielo permetterò.”
Darja tirò un sospiro di sollievo nel vedere la vecchia scintilla che si riaccendeva negli occhi del suo compagno.
Elias trasse un profondo respiro. “Hai ragione, Darja. - disse, molto più calmo – Non posso mollare adesso. Non posso lasciarmi ossessionare da quello che ho perso. Ho ancora tanto da fare con te...”
Sul volto di Elias apparve l'ombra di un sorriso. “Ad esempio andare a caccia di nazi...”
Darja ricambiò il sorriso, prese delicatamente la mano infranta di Elias tra le sue e la baciò.
“Io e te abbiamo solo iniziato, amore mio...” sussurrò.
0 commenti:
Posta un commento