mercoledì 24 febbraio 2010

Spin-off - La casa Bianca

La villa era bianca ed elegante, di stile europeo, circondata da un giardino ben tenuto, pieno di piante tropicali. Era una maledetta incongruenza. Era detestabile, pensò Elias, furioso.
Poi scosse la testa. La villa in sé non aveva niente di male, in sé. Era simile a molte altre ville delle parte ricca della città, costruite da capitani d'industria e proprietari terrieri, a volte addirittura prima che il Brasile diventasse indipendente.
Quello che lo mandava fuori dai gangheri era che la sua preda potesse permettersi di abitarci con la sua nuova identità di rispettabile industriale del settore metallurgico. Aveva soldi da far schifo, una collezione di oggetti d'arte e un posto nella società rispettabile, il buon vecchio Welf. Aveva fatto le cose per bene, lo sporco bastardo. Gli ci erano voluti degli anni per rintracciarlo, anni in cui quell'individuo si era potuto godere le sue ricchezze inique, senza timore e senza vergogna. Ma le cose stavano per cambiare, la giustizia lo stava per raggiungere. Prima o poi arrivava sempre.
All'inizio Elias aveva pensato di avere tutto il tempo del mondo di ritrovarli uno per uno, ma si era reso conto che il suo principale avversario, più che le sue vittime, che pure a volte gli davano del filo da torcere, era il tempo stesso. Non si era mai perdonato di avere perso una preda, il Maggiore Dietrich Habermas, per colpa di un ictus. Era morto nel suo letto, attorniato da una famiglia affettuosa e, sperabilmente, inconsapevole. Anche la feccia dell'umanità invecchiava.
Elias si voltò verso i suoi improvvisati compagni di ventura, una banda di rapinatori specializzata negli assalti alle ville nei quartieri alti. Erano dei veri professionisti nel settore, con diverse rapine all'attivo e per di più erano tutti neri o mulatti, provenienti da una delle bande che controllavano le favelas arroccate in cima ai colli nella periferia della città.
Come sarebbe stato divertente stare a guardare mentre quel crucco di merda si ritrovava la casa svaligiata da degli “sporchi negri”... Sapere che i suoi soldi sarebbero finiti nelle favelas sarebbe stata la ciliegina sulla torta della serata.
Fece un cenno al capo della banda, Divo, un mulatto di un metro e novanta, vestito con capi sportivi contraffatti, ma armato di un fucile dell'esercito americano perfettamente oliato e funzionante. Il rapinatore sorrise.
"Andiamo” sussurrò Elias, mettendo il colpo in canna nella sua Tokarev TT.


Juninho, il più giovane membro della banda di Divo, aveva un brutto presentimento riguardo al colpo. Lo aveva avuto fin dal momento in cui il Polacco si era presentato al loro covo, su nella favela. Il Polacco non gli era piaciuto a prima vista, anzi gli aveva fatto correre un brivido spiacevole lungo la schiena. Sembrava malato, con gli occhi scuri infossati e troppo brillanti, come se avesse sempre la febbre, era troppo pallido, anche per essere un bianco, ed era tutto vestito di nero, come uno iettatore. E poi non era mica normale che uno spuntasse dal nulla a proporre un colpo, attentamente pianificato. Aveva già raccolto le informazioni, sorvegliato la casa, censito le vie di fuga, aveva già fatto tutto da solo, insomma.
Un bel giorno era arrivato alla favela da solo, dopo il tramonto, armato solo di una vecchia pistola sovietica, e aveva chiesto di parlare con il Divo. “Ho un lavoretto facile facile da proporvi.” aveva detto il Polacco, con calma e un forte accento dell'Est europeo. Parlava come uno dei cattivi russi nei film di 007.
Secondo Juninho, il lavoro era troppo facile e, per quanto fosse giovane, appena promosso da vedetta a vero soldato della banda, il ragazzo aveva già capito che niente era mai così facile.
Non era normale,accidenti! Che razza di secondi fini aveva quel tipo? Magari era un agente della polizia militare in incognito. Cosa buona non poteva essere.
Juninho aveva provato a comunicare i suoi dubbi a Divo, ma lui si era limitato a ridergli in faccia. “Fosse anche il diavolo, se davvero lì dentro ci sono tutti i soldi che dice, lo seguirei lo stesso.” gli aveva detto.
Juninho in ogni caso si era premunito. In tasca aveva delle immaginette di Santo Expedito e di Nossa Senhora Aparecida, che lo avrebbero protetto dai pericoli, e per buona misura aveva chiesto ad una mae de santo di fargli una benedizione per difenderlo dagli egun, gli spiriti dei morti inquieti. E, secondo Juninho, il Polacco era un egun o come minimo era seguito da una banda di quegli spettri. Il ragazzo poteva quasi vederli e comunque li avvertiva, come un freddo nelle ossa tutte le volte che si avvicinava troppo al Polacco. C'era una forte energia negativa intorno a quell'uomo. Il ragazzo considerava spesi bene i soldi che aveva dato alla mae de santo per comprare una capretta e un bel po' di cachaça da offrire agli orixas per garantirgli protezione.
Arrampicandosi ad un albero lungo il perimetro della proprietà con la pistola cacciata nel dietro dei pantaloni, il ragazzino pensava che ne avrebbe avuto bisogno.

Divo immaginava che il pollo, proprietario della casa, sarebbe stato ricco sfondato, ma non immaginava fino a questo punto. C'era roba costosa e antica ovunque. Soprammobili e ninnoli facevano bella mostra di sé in eleganti vetrinette, c'erano quadri stilosi alle pareti. Sembrava un dannato museo più che la casa di un vecchio tedesco pieno di grana. “Tutta roba buona, se sai come piazzarla” commentò il Polacco sottovoce, sfoggiando un sorrisetto compiaciuto. Per un attimo Divo si sentì a disagio sotto lo sguardo febbricitante del Polacco, ma poi pensò alla quantità di grana che avrebbe potuto rastrellare con questo colpo. Abbastanza per spassarsela per un bel po' tutti quanti e anche per acquistare un bel po' di armi per la difesa del colle: AK-47 e AR-15, il meglio che c'era sul mercato delle armi di contrabbando, e proiettili ad alta velocità che aprivano anche i giubbotti anti proiettili della polizia come se fossero stati di carta.
Divo fece un cenno a Dentinho e Lobisomem, che sfondarono le vetrinette e iniziarono a infilare la roba nei sacchi alla rinfusa.
Fate attenzione a non spaccare niente, teste di ca**o!” li ammonì il capo, bruscamente, ma sottovoce. I ragazzi ridevano come fessi, probabilmente troppo fatti ed esaltati dalla prospettiva dei soldi per badare ai dettagli.
Juninho invece sembrava preoccupato. Stava in disparte sulla porta, con la doppietta in pugno e teneva d'occhio i domestici, legati e imbavagliati in cucina, mentre si guardava nervosamente attorno. “Che c'è, marmocchio?” chiese Divo.
"Il Polacco.” rispose il ragazzo.
"Che c'è che non va col Polacco, Juninho, maledizione?” Divo ne aveva abbastanza di tutte le pare che il ragazzo si faceva riguardo al loro improvvisato socio.
È sparito. Su per le scale.” rispose Juninho.
Divo imprecò. Al piano di sopra c'era il padrone di casa, a letto imbottito di tranquillanti, stando a quello che diceva il Polacco. Erano d'accordo che quel piano non sarebbe stato toccato.
Fece cenno a Dentinho e Lobisomem di stare in campana e si precipitò su per le scale.

Il padrone di casa stava dormendo un sonno drogato quando Elias entrò nella stanza da letto padronale. Vestito in un pigiama di seta, Welf russava tranquillamente. Era invecchiato bene negli ultimi quarant'anni, il maledetto.
Elias sentì la rabbia che montava. Quel vecchio dannato aveva vissuto nel lusso per tutto quel tempo con i soldi rubati ai morti.
Pistola in pugno, Elias strattonò il vecchio e lo schiaffeggiò duramente. Welf si svegliò con un sussulto e fissò sul volto di Elias i suoi acquosi occhi grigio-azzurri.
Elias sorrise. “Ben svegliato, signor Mathias Durrenmatt, o forse dovrei dire capitano Welf Stradonitz della terza divisione SS?” lo salutò in perfetto tedesco, puntandogli la pistola in mezzo agli occhi.Il vecchio sussultò di nuovo, con gli occhi sbarrati. “Come... Come fai a saperlo?” sussurrò, il terrore evidente nella voce.
"Segreto...” mormorò Elias, che si stava godendo immensamente il momento.
Il vecchio iniziò a piagnucolare. “Io... io ti darò tutto quello che vuoi. Ho molti soldi, sai.” Parlava a precipizio e tremava, bianco come le lenzuola di tessuto pregiato del suo letto.
"Vi facevo più coraggiosi, voi ariani.” lo canzonò Elias. Non sapeva cosa pensare: in parte gli sembrava che il terrore del vecchio fosse un giusto contrappasso per la disperazione che aveva inflitto ad un sacco di povera gente quarant'anni prima, ma in parte era deluso. Si aspettava almeno un po' di lotta da parte di un uomo, anzi no di un individuo (chiamarlo uomo sarebbe stata un'offesa al resto del genere umano) noto in passato per la sua ferocia.
“Ti prego, ti darò quello che vuoi, ma non mi rovinare la reputazione... Ero giovane e seguivo gli ordini dei miei superiori... Non capivo...” si lamentò. Elias era disgustato. La mano con cui teneva la pistola si abbassò di pochissimo, ma quel poco bastò per alimentare le speranza del vecchio.
La sua voce acquistò un po' di sicurezza, nel rinnovare la sua offerta. "Pensa, potresti diventare ricco. Basta chiedere e ti darò quello che vorrai. Qualunque cosa...” promise.
Sul volto di Elias si dipinse una smorfia di rabbia. <Solo un vecchio...
Quanti vecchi inermi erano morti a causa della ferocia insensata di gente come Welf Stradonitz? Nessuno aveva avuto pietà di loro, anche se erano “solo dei vecchi”, anzi appunto perché erano dei vecchi, inutili e inabili al lavoro, erano stati i primi a morire.
Elias chiuse gli occhi per un attimo e la pistola si abbassò ancora, scendendo ancora più in basso di prima.
Dietro lo schermo degli occhi chiusi, Elias rivide i morti, ammassati a mucchi in fosse comuni, e i sopravvissuti denutriti, sporchi e disperati. Giustizia, invocavano tutti.
Elias riaprì gli occhi.
"Hai ragione, Divo. È solo un vecchio.” disse con calma, voltandosi verso di lui.
Il bandito annuì, abbassando il fucile con mosse lente.
L'ex capitano delle SS emise un profondo sospiro di sollievo.Elias rialzò di nuovo la pistola, guardò il vecchio negli occhi e premette il grilletto.

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