venerdì 29 luglio 2011

Episodio 2.6.5 – Intermezzo Crudele

Il dottor Alan Richmond gestiva uno dei più rinomati consultori familiari transrazziali di tutta l’Inghilterra. Laureato in medicina a pieni voti al King’s College, Richmond aveva esercitato felicemente la medicina ostetrica ai più alti livelli, finché non era stato infettato dalla licantropia soccorrendo una vittima di incidente stradale mentre era fuori servizio. All’epoca le leggi inglesi vietavano che le persone affette da licantropia esercitassero la medicina negli ospedali e il dottor Richmond aveva dovuto lasciare l’ospedale. Richmond era caduto in depressione, ma non si era arreso. I pazienti affetti da licantropia in Inghilterra erano discriminati come i malati di AIDS agli inizi dell’epidemia e in particolare le donne incinte erano quasi prive di assistenza. Il dottor Richmond aveva preso tutti i suoi risparmi, comprato una simpatica casetta vittoriana e aperto una clinica ginecologico-ostetrica privata per mutantropi. All’inizio era poco più che una clinica semi-clandestina, piena di buona volontà ma scarsa di attrezzature, dove lavoravano solo lui e Mrs. Appleford una attempata infermiera scorbutica che si era presa la mutantropia murina lavorando con i drogati, poi la voce si era sparsa ed i clienti erano fioccati, così come le donazioni da associazioni per i diritti esistenziali e la clinica si era espansa e migliorata: erano arrivate nuove infermiere, un altro medico, il dottor Aravind Singh, un giovane leopardo mannaro indiano che era riuscito ad ottenere una borsa all’Imperial College nascondendo la sua condizione, e i macchinari erano stati rinnovati.
Ora, dieci anni dopo il Protocollo di Tara la sua clinica, nascosta nella periferia dell’enclave magica di Londra, si era espansa anche nel campo del counseling e della pianificazione familiare, nonchè della neonatologia e pediatria.
Richmond aveva stretto una collaborazione con un gruppo di psicologhe transculturali e di esperte di genetica, che ora tenevano corsi sulla pianificazione familiare per coppie miste, sulle difficoltà che i genitori non mutantropi incontravano nel crescere figli affetti, sulla medicina riproduttiva e sui trattamenti disponibili per ridurre il contagio materno-fetale.
Quando le notizie degli attentati arrivarono in TV, interrompendo i programmi, la sala d’attesa era quasi sgombra ma Claire e Sarah, le psicologhe, stavano tenendo un corso per coppie miste di aspiranti genitori. Aravind aveva rivolto uno sguardo preoccupato al televisore e poi al suo capo. Richmon aveva capito al volo la sua preoccupazione. Se davvero c’erano in giro dei terroristi che se la prendevano con i non-umani, forse era meglio chiudere la clinica in anticipo.
Fece un cenno affermativo al collega più giovane, che si alzò e bussò alla porta della sala dove si svolgevano i corsi. “Sarah, Claire, fate uscire tutti, chiudiamo la clinica.” disse con voce calma, la stessa che usava anche durante i parti più difficili.
“Che succede?” chiese Sarah, preoccupata e irritata al tempo stesso, poi gettò un’occhiata al televisore e rientrò a spingere le coppie frastornate fuori dalla sala con gentilezza ma fermamente.
Aravind gettò uno sguardo alla sala d’attesa e vide che Mrs. Appleford stava buttando fuori le ultime pazienti con i suoi soliti modi burberi. Da sole, le pazienti sarebbero state meno in pericolo, se ci fosse stato qualche pericolo. Di certo i terroristi non sarebbero andati a cercarle casa per casa, mentre la clinica, rinomata com’era, sarebbe stata un bersaglio di prim’ordine. Le autorità, stava dicendo intanto la speaker alla televisione, avevano raccomandato la calma e di evitare i luoghi pubblici, se possibile rimanendo in casa.
Stavano già spegnendo gli ultimi macchinari per chiudere e andare a casa anche loro, anzi, Claire era gia’ nel parcheggio ad armeggiare con le chiavi, quando un furgone della polizia si fermò davanti alla clinica. Aravind, fermo sulla porta a controllare l’esodo ormai quasi finito si sentì subito rassicurato: le autorità stavano facendo il loro dovere e, come annunciato, stavano inviando pattuglie a presidiare i luoghi a rischio.
Dal furgone scesero una mezza dozzina di poliziotti in uniforme, armati di fucili automatici, seri in volto ed apparentemente pronti ad ogni evenienza.
Claire sorrise loro affabilemente, girando la chiave nella portiera della macchina. “Meno male che siete arrivati, agenti... Ora posso andare a casa tranquilla.“disse e l’agente fece fuoco, sparandole in pieno petto e gettandola contro la portiera dell’auto.
Aravind rimase agghiacciato per un istante e un altro agente fece fuoco su di lui ripetutamente, colpendolo alle gambe e al torso. Aravind Singh ebbe appena il tempo di rendersi conto che quelli erano terroristi prima di scivolare nel buio.

Perceval, capelli biondi tagliati a spazzola, percorreva metodicamente i corridoi della clinica blasfema. Le pareti imbiancate erano macchiate qua e là di sangue, sangue impuro, delle bestie e di coloro che fornicavano con esse. Perceval era soddisfatto, euforico,sentiva che finalmente era giunto il momento della riscossa, era giunto il momento che la gente prendesse coscienza del fatto che la società era marcita per colpa di questi abomini, della libertà di culto e del multiculturalismo, che stava solo imbastardendo i valori cristiani europei. Oggi era il primo giorno di una era gloriosa, che avrebbe visto il ritorno ad una società più giusta e finalmente depurata. Basta dare assistenza alla feccia del mondo. Quando veniva chiamato per intervenire su reati di discriminazione razziale o religiosa o di omofobia, Perceval riusciva a stento a contenersi. Era entrato in polizia per sbattere dentro la feccia, gli anormali, i froci, gli idolatri, non per difenderli da quelli che giustamente li mettevano al loro posto. Se avessero continuato così, a blandirli con sussidi e leggi anti-discriminazione, a trattarli meglio che i cittadini veri, l’Europa intera e soprattutto il Regno Unito sarebbero stato invasi... “Eccoti l’accoglienza...” ringhiò a bassa voce, sparando un colpo alla testa a qualcuno che ancora si muoveva. Proiettili d’argento di grosso calibro, pensò con un sorriso. Avrebbero sistemato qualunque cosa. In quel momento, ebbro di sangue e fatto fino ai capelli di coca, perceval si sentiva in grado di spaccare il mondo.
Un rumore alle sue spalle gli diede un minimo di avvertimento necessario per farlo voltare. Artigli affilati gli lacerarono il giubbotto antiproiettile e zanne crudeli gli maciullarono un braccio, costringendolo a mollare il fucile. Perceval rotolò per terra sotto il peso di un corpo disgustosamente peloso, gridando di dolore, ma ebbe ancora la presenza di spirito di estrarre la pistola con la mano sana e sparò alla cieca, finché non sentì che la stretta sul suo braccio si afflosciava. Facendo forza con tutte le sue energie, si scrollò l’abominio di dosso: era un uomo-lupo, coperto di sangue, con più buchi nel petto che una forma di formaggio svizzero. L’abominio tossì una boccata di sangue, emettendo un verso strano. Perceval ci mise un secondo a capire che stava ridendo. “Se non muori dissanguato... –sputò l’abominio, ansimando – Diventerai come me... Ironia tragica...” rise ancora, anche se stava morendo.
Perceval, accecato dalla rabbia, si tirò in piedi e svuotò il resto del caricatore in testa alla bestia, finendola, e non smise di premere il grilletto finchè non lo sentì scattare a vuoto. La rabbia cieca lasciò il posto alla disperazione.
Era stato morso da un abominio! Era stato infettato!
Sarebbe diventato uno di loro, era solo questione di tempo. Sarebbe diventato un abominio anche lui, perso dalla grazia del Signore.
Cosa poteva fare? Cosa doveva fare?
Con la mano sana si frugò nella tasca del giubbotto antiprioettile, recuperando il caricatore di riserva e, con mosse goffe e dolaranti, espulse quello vuoto dalla pistola ed ricaricò. La bocca della pistola era fredda contro la sua tempia. Perceval esitò. Era stato preso mentre compiva il suo sacro dovere, aveva un posto assicurato tra i Giusti, ma se si fosse suicidato? Sarebbe finito tra i dannati lo stesso o il Signore avrebbe compreso il motivo del suo gesto? certo non poteva permettere che uno dei suoi veri fedeli si consegnasse all’abominazione? Perceval desiderò di aver fatto più attenzione ai seminari di dottrina della Confraternita.
La pistola si spostò dalla tempia. Magari sarebbe morto dissanguato in tempo, prima che la trasfornmazione facesse effetto, si disse. ma se non fosse successo? Se il contagio avesse avuto tempo di installarsi dentro di lui? Avrebbe avuto la forza di farlo, allora? O sarebbe già stato perduto per sempre.
L’incertezza e la paura per lo stato della sua anima immortale lo laceravano più delle ferite.
Fortunatamente, un rumore di passi pesanti, di piedi calzati di anfibi, risuonò nel corridoio. Da dietro l’angolo sbucò il suo sergente, con il fucile spianato.
“Mio Dio, Perceval!” esclamò e fece per avvicinarsi, gettandosi il fucile a tracolla.
“No! Fermo! Mi hanno preso.” singhiozzò Perceval.
Il sergente si bloccò e impugnò di nuovo il fucile, incerto.
“Fallo! Fallo! Prima che diventi come loro! Non lasciarmi alla dannazione!” lo incitò il ferito, isterico.
Il sergente scosse la testa, desolato e rialzò il fucile. “Dio lo vuole.” disse piano.
Perceval chiuse gli occhi e appoggiò la testa sul pavimento. Andava tutto bene, stava per andare dal Signore. Era un crociato, sarebbe stato accolto come un figlio prediletto, perche aveva lottato per la Sua Gloria.
“Dio lo vuole...” mormorò.
La detonazione risuonò in tutto il corridoio.

giovedì 28 luglio 2011

Episodio 2.6.4 – Aftermath

Molte persone non apprezzavano particolarmente viaggiare tramite portale: lo spostamento spaziotemporale e l'assenza di riferimenti visivi spesso procurava malessere e nausea ai viaggiatori.
I più esperti consigliavano di chiudere gli occhi, respirare profondamente e non pensarci.
A Manuel Carvalho invece piaceva molto la leggera vertigine che provava quando si lasciava risucchiare in un portale e faceva tutto il viaggio ad occhi aperti, godendosi i mille giochi di luce e colore causati dalle leggere increspature nella struttura interna del passaggio.
Ogni volta doveva seriamente trattenersi per non lanciare un urletto da marmocchio sulle giostre: sarebbe stato decisamente poco serio e poco professionale, soprattutto questa volta, considerando dove stavano andando e perché.
L'arrivo era sempre un po' disorientante: improvvisamente uno si ritrovava di nuovo con del vero terreno solido sotto i piedi e la spinta (o il risucchio, a seconda dei personali punti di vista) generata dal portale veniva meno.
Incespicare per un attimo davanti all'uscita era una cosa assolutamente normale, soprattutto per le persone che non abituate; il trucco era iniziare a camminare già dentro il portale, non appena si vedeva l'uscita in lontananza, come una macchia più scura in fondo al tunnel di luce colorata.
Manuel rimase un po' stupito quando, all'uscita dal passaggio vide Olga e Svetlana esitare e barcollare davanti a sé.
Il portoghese sapeva che entrambe le sue colleghe erano veterane dei viaggi tra portali, perché mai erano incorse in questo errore da novelline?
Con questa domanda in mente, mise un piede fuori dal tunnel di luce, sull'asfalto della strada, e quasi inciampò anche lui, colto di sorpresa dallo scenario che aveva davanti agli occhi.
Se non gli avessero detto in anticipo che la scena era a Friburgo, probabilmente a prima vista non l'avrebbe capito.
Sembrava Sarajevo, sembrava Beirut, sembrava Gerusalemme nei momenti peggiori, sembrava Baghdad, sembrava Kabul.
Sembrava un angolo di inferno in terra.

Le due imboccature della strada, davanti a loro e alle spalle del portale, che si stava richiudendo, erano presidiate da volanti della polizia. La strada era totalmente nel caos.
Poco più avanti alcuni paramedici stavano prestando i primi soccorsi a un ferito, una ragazzina che urlava disperatamente con una scheggia di metallo conficcata in una spalla e il volto tutto escoriato.
I pompieri lavoravano freneticamente per estrarre qualcuno da sotto una macchina, le seghe circolari stridevano come uccelli infernali.
Ovunque sangue, urla, lamiere, macerie, caos, disperazione, shock. Poliziotti trasposrtavano feriti, passanti si prodigavano per dare assistenza e conforto, alcune vittime, forse stordite o assordate dalla bomba, o semplicemente sconvolte, vagavano senza meta, gli occhi persi, calpestando schegge di vetro e legno e brandelli di stoffa e carta annerita, semi-carbonizzata.
C'erano degli agenti seduti sul marciapiede, non sembravano feriti, ma fissavano il vuoto davanti a sé senza vederlo; alcuni si dondolavano ritmicamente, altri mormoravano qualcosa di inintelligibile fra sé e sé, molti piangevano.
Erano sotto shock.
All'accademia di polizia non ti preparavano per affrontare questo, niente ti poteva preparare ad affrontare questo.

Uno dei palazzi era completamente sventrato, l'ingresso era pieno di macerie e lamiere e su quello che era stato il marciapiede c'era un grottesco ammasso di metallo contorto che poco prima aveva fatto parte di una o più auto. Altre auto e un furgoncino delle consegne tutto maciullato e annerito erano rovesciati come giocattoli.
Anche gli edifici tutto intorno erano lesionati, palazzi di uffici e negozi, e in tutta la via le vetrine e le finestre erano andate in frantumi per la forza dell'esplosione. Da alcune finestre usciva il fumo acre di principi di incendio e squadre di pompieri cercavano di far fronte anche a questa emergenza.
C'era sangue ovunque, macchie rosso cremisi abbastanza grandi da far dubitare della sopravvivenza dei proprietari. Una donna anziana, con il viso coperto di sangue, abbracciava un ragazzo in lacrime con i pantaloni a brandelli.
Poco più in là, una donna in tailleur chiamava qualcuno al cellulare con voce rotta dal pianto.
I feriti urlavano, i soccorritori gridavano ordini e avvertimenti, le sirene suonavano: altre ambulanze stavano arrivando, per fortuna.
Alcuni paramedici erano infagottati in tute di contenimento, per paura del contagio da licantropia in seguito al contatto con il sangue delle vittime, altri lavoravano senza protezioni, incuranti del rischio.

Gli agenti del DCS erano rimasti bloccati all'uscita del portale ormai chiuso per un buon minuto, tanto ci era voluto anche a gente come loro, abituata ad intervenire in situazioni estreme, ad assorbire l'impatto della scena.
“Ma porco... !” esclamò Lykos, rompendo l'incantesimo e corse via a prestare soccorso come poteva.
“Lykos!” chiamò Svetlana, facendo per trattenerlo, ma Narwa fece segno di no con la testa. “Lascialo andare. È sconvolto, non potrebbe esserci di aiuto ora.”
Con passo risoluto, si avvicinò all’epicentro del disastro, seguito dai suoi uomini.
Manuel camminava guardando per terra, cercando futilmente di non calpestare i vetri. Il suo sguardo cadde su un brandello di carta, un manifesto. “L’Abbandono Scolastico dei Mutantropi... e Buone Pras... ” si riusciva ancora a leggere. Un altro brandello poco distante recava la data odierna. L’appuntamento per la conferenza sarebbe stato tra poche ore, la fortuna nella sfortuna era che la bomba fosse scoppiata troppo presto, altrimenti la conta delle vittime sarebbe stata assurdamente più alta. Manuel rabbrividì involontariamente.

La ricetrasmittente del capitano Narwa pigolò. “Ehi Narwa, lo sai che tra poche ore ci sarebbe stata anche la commissaria europea Schumann in quel posto? – lo informò Buck, il loro tecnico IT, un folletto dalla voce bianca – Mi gioco quello che vuoi che era lei che volevano far saltare. C’era una conmferenza sull’adolescenza problematica dei mutantropi.”
Narwa grugnì qualcosa di inintellegibile. Non aveva bisogno di distrazioni in quel momento, stava cercando di farsi un’idea della scena del crimine. Aveva visto anche lui i brandelli di manifesto ed era anche lui dell’idea che la bomba avrebbe dovuto scoppiare durante la conferenza. Stava appunto cercando di capire se ci fossero segnali che indicavano perché fosse scoppiata prima, ma, nonostante la sua abilità di cercatore di tracce, credeva che senza l’aiuto di Mark e dei suoi non sarebbero riusciti a determinarlo. Di questi tempi, con le istruzioni su internet e tutto, un cretino qualunque poteva fabbricare una bomba ad alto potenziale con del fertilizzante di libera vendita, quindi poteva essere semplicemente un errore di progettazione, un timer mal settato, ma qualcosa, qualche istinto gli diceva che quello era qualcosa di più.
“Narwa?! – esclamò Buck, improvvisamente preoccupato – Narwa, hanno messo già una rivendicazione.”
“E chi sono? – domandò Narwa, vagamente scocciato – I soliti terroristi islamici?”
Appena detta, la cosa già non gli suonava. Uno dei vice-presidenti dell’Associazione era una tigre mannara, un tipo pakistano molto osservante, con tanto di costume tradizionale e l’associazione in sé era a-confessionale e prestava assistenza legale, psicologica e anche medica a persone mannare di tutti i tipi.
“Occazzo!” esclamò Buck, con una voce sepolcrale.
“Che succede?” domandò Narwa, preoccupato.
“Narwa, sono gli stessi!” disse il folletto.
“Gli stessi chi?” chiese l’elfo spazientito.
“Gli stessi del caso di Rebeq: i Confratelli del Sesto Giorno. Mark mi ha appena mandato la scansione del loro biglietto.” spiegò Buck, agitato.
Damnú air!” pensò Narwa, i cui presentimenti sul caso stavano peggiorando di minuto in minuto.
“Agenti! DCS! – chiamò, appoggiando una mano sul microfono della ricetrasmittente per non assordare Buck – Sparpagliatevi e cercate. C’è stata una rivendicazione, è stato un attacco organizzato, potrebbe esserci un secondo ordigno o una trappola magica. Se trovate qualunque cosa di sospetto, chiamate gli artificieri o i negatori, non fate gli eroi. Anche tu, Olga. Non provare a negare niente da sola.”
Olga fece una smorfia, ma avrebbe obbedito.
I suoi uomini annuirono e si divisero lungo tutto il perimetro, anche Arsinoe la trainee. Il portale luccicava ancora fiocamente all’imboccatuira della via e per un attimo Narwa considerò di ordinarle di tornare indietro, ma il portale si spense proprio in quel momento e Narwa lasciò perdere.
“Che dicono?” chiese alla ricetrasmittente, camminando a passi larghi verso la sua sezione di perimetro, los guardo che dardeggiava qua e là alla ricerca di segnali di pericolo.
“Che dicono chi?” fece Buck.
Narwa trattenne un ringhio. “I dannati cac ar oineach della rivendicazione! Che dicono?” sbraitò.
“Allora, lo sto ancora leggendo... – si affannò il folletto – Ce l’hanno su con i non-umani, questo è chiaro. Ma anche con i pagani, i gay, le donne emancipate, gli arabi, la gente che usa perizomi rosa... No, quest’ultima scherzavo...” ridacchiò, ma si fece serio quando narwa gli urlò nella radio: “Buck!”
“Scusa, scusa... Non lo faccio più. Allora... Deliri religiosi vari... Sono proprio fuori di zucca, questi tipi. Si credono crociati... – sbuffò incredulo – Appello alla gente di fede contro i non-umani e i pagani... Minacce alla Comunità Magica Europea...”
Buck fece una pausa.
“Che c’è?” chiese Narwa.
“Chiedono l’abolizione del Protocollo di Tara. – disse Buck, sepolcrale – Dicono che colpiranno ovunque in tutta Europa, finchè non otterranno quello che vogliono.”
“Solite cose... Lo dicono tutti i terroristi.” tagliò corto Narwa.
Ci fu un altro lungo silenzio dall’altro capo della linea.
“Buck?! Buck?! Ci sei ancora?” chiamò Narwa, innervosito, controllando brevemente la ricezione del segnale.
Cach!” esclamò Buck improvvisamente. “Narwa.. – pigolò in preda al panico - L’hanno fatto davvero. È appena arrivato un comunicato dall’Estonia. Uno stabilimento delle Manifatture Cobolde Vabadus è saltato in aria a Riga.”

sabato 20 novembre 2010

Spin-off - Un'altra notte

Raymond si svegliò di soprassalto. La cripta era sempre buia, ma lui sapeva che là fuori la notte regnava già.
Un'altra notte di caccia per lui e i suoi fratelli. Un'altra notte senza di lei...
L'aveva sognata di nuovo durante il suo riposo diurno. Non sapeva se fosse una benedizione o una maledizione questa capacità di sognare.
Non sarebbe stato meglio dimenticarla?
Raymond scosse la testa. No, ricordarla era un modo per tenerla con sé, per non perderla definitivamente. Eppure gli sembrava di impazzire: i suoi sogni erano così reali che quando si svegliava, spesso la cercava accanto a sé nel giaciglio improvvisato.
E lei non c'era più.
Ogni volta il suo cuore morto sanguinava per il dolore della perdita.
Alienor, la sua santa, la sua dannazione.
Per lei era diventato ciò che era. Per continuare a proteggerla.
Perché anche alla fine il suo ultimo pensiero era stato per lei e quel pensiero era stato così forte da riuscire a trascinarlo di nuovo nel mondo, per sempre cambiato. Era rinato, come suo cavaliere nero. Come suo guardiano.
Non avrebbe mai dovuto lasciarla andare.
Se solo lei non lo avesse scacciato quella notte al ruscello...
Se solo fosse stato forte abbastanza per salvarla...
Una lacrima scarlatta scese lentamente sul suo viso. Raymond se la asciugò rabbiosamente con il dorso di una mano e si alzò, legandosi in vita il cinturone con la spada. Piangere non sarebbe servito a nulla. Non poteva permettersi il lusso di commiserarsi.
Un'altra notte di caccia stava cominciando e c'era ancora tanto lavoro da fare. Tante persone da salvare.
Avrebbe fatto per altri quello che non aveva potuto fare per lei.
Gli Inquisitori l'avrebbero pagata cara e con gli interessi. Un po' per volta, notte dopo notte.
Avevano un debito troppo grosso nei suoi confronti.
Gli avevano tolto la sua ragione di vita, la sua gioia. Non aveva più gioia ora, ma un'altra ragione di vita sì: la vendetta.

Spin-off - La Musica Spezzata

Anche se non c'entra quasi niente a livello di trama, questa storia è stata ispirata dal film "Il concerto" di radu Mihailehanu.


Darja si svegliò al suono del violino di Elias. Nella casa risuonava una musica estremamente triste e malinconica.
Eranp già alcune settimane che Elias si comportava in modo strano, più o meno da quando erano arrivati nella casa, alla fine dell'ultima missione. La scintilla fiera e indomita che aveva imparato ad amare nei pochi e travagliati mesi della loro relazione era scomparsa dai suoi occhi.
Spesso, appena dopo il tramonto, Elias prendeva il violino che avevano recuperato a Berlino e iniziava a suonare qualche musica triste. Alcune Darja le riconosceva: Paganini, Chaijkovski e Chopin, altre no. Forse le aveva composte lui stesso.
Ogni volta, ad un certo punto del concerto, a volte prima, a volte quasi alla fine, c'era una sbavatura, una imperfezione. A volte era una nota suonata fuori tempo, troppo in ritardo, a volte era un suono sporcato da un dito che scivolava sulla corda, ma sempre il concerto si interrompeva bruscamente. Darja sentiva la porta di ingresso sbattere violentemente ed Elias che correva fuori, nel bosco per tornare solo all'alba ed accasciarsi sul letto, piombando subito nel sonno senza sogni dei vampiri.
Darja sapeva che c'era qualcosa che non andava, ma, per quanto si sforzasse, Elias non ne voleva parlare, anzi, ogni volta che Darja toccava l'argomento, il suo compagno diventava aggressivo e se ne andava.
Nuvole nere e gonfie di pioggia si addensavano all'orizzonte. Darja sapeva che la tempesta era in arrivo, ma poteva solo aspettare.

Anche questa volta, come tutte le altre, Darja ascoltò rapita il concerto, sperando che stavolta tutto andasse bene, trattenendo il fiato in attesa, finché ad un certo punto, in un passaggio particolarmente difficile, ecco un errore a rovinare l'armonia perfetta.
Si sentì un grido a malapena umano e poi un rumore di cose che venivano sfasciate. “La tempesta è arrivata...” pensò Darja e corse giù dalle scale.
Elias era in sala, in preda ad una furia cieca, stava facendo scempio di tutto quello che trovava in giro, maledicendo i tedeschi con le peggiori e più creative maledizioni mai concepite in Polonia. In mezzo alla sala, in terra ma intatto, stava il violino. Darja sapeva che, per quanto arrabbiato, Elias non avrebbe mai distrutto un violino, non dopo che i nazi avevano sfasciato il suo sotto i suoi occhi per spregio, prima di spezzargli le mani.
Darja si fermò sulla soglia e aspettò con le lacrime agli occhi.
Elias tirò un pugno al muro, così forte da farci un buco. Quando ritrasse la mano, era tutta insanguinata. Darja non riuscì a trattenere un lamento. Elias sentì, si girò verso di lei e finalmente la vide.
Crollò in ginocchio a terra, tenendosi la mano rotta e sanguinante, e iniziò a piangere, scosso dai singhiozzi.
Darja si avvicinò piano, camminando come in sogno tra i resti mutilati del mobilio, e si inginocchiò accanto a lui. Lo abbracciò stretto e gli mormorò parole di conforto, accarezzandogli i capelli.
“Perché?” gemette Elias. Darja non avrebbe saputo cosa rispondergli, ma lo strinse più forte a sé, sentendo le ossa sporgenti attraverso la camicia.
Dopo qualche istante, Elias alzò la testa dalla spalla di Darja e la guardò dritta in viso. Nei suoi occhi c'erano solo rabbia e tristezza. “Sarebbe meno crudele se non potessi suonare più del tutto, sai? E invece, ogni volta che prendo in mano il violino, penso che riuscirò ancora a suonare come facevo una volta, ma non è così.” disse piano, tra le lacrime.
“La tua musica è ancora bellissima.” lo confortò Darja.
Elias scosse la testa. “No, Darja. È spezzata, mutilata. - disse amaramente – Io un tempo ero un virtuoso, suonavo queste musiche senza una sbavatura. Era un'armonia perfetta. Ora sono al massimo mediocre. Potrei sopportarlo, se non mi ricordassi com'era prima, se non sapessi tutto quello che ho perso...”
Darja tacque. Non c'erano parole per sanare la sua perdita, poteva solo lasciarlo sfogare.
“Se non potessi più suonare, sarebbe meglio, almeno non avrei la tentazione di provare e la disperazione di non farcela, ma per quanto cerchi di spezzarle definitivamente, guariscono sempre, ma mai del tutto.” confessò, stringendosi al petto la mano insanguinata.
“Fa male da impazzire, come la prima volta, ma ogni volta spero che sia quella buona. Spero di disfare il danno che mi hanno causato e di tornare ad essere com'ero, o almeno di finirla una volta per tutte, ma non succede... - singhiozzò – Sono una rovina, un'ombra di quello che ero... E la mia musica è rotta e inutile come un tavolo senza una gamba o un telefono senza cornetta...”
A Darja si stringeva il cuore a vedere Elias ridotto in quello stato. Non sembrava nemmeno l'uomo che, raccattato in fin di vita, con la tisi e le mani rotte, aveva chiesto di diventare un vampiro per poter combattere ancora contro il nazismo. Elias ora sembrava sconfitto e invecchiato. Che si lasciasse abbattere da una cosa del genere, dopo tutto quello che aveva passato, avrebbe potuto sembrare assurdo, ma Darja sapeva che la musica e il violino erano le ultime cose che tenevano Elias ancorato alla sua vita passata.
Nei mesi precedenti, non avevano mai avuto un momento di tregua, sempre all'inseguimento di qualche nazista, sempre sul piede di guerra, ma ora che erano a riposo, Elias si stava pian piano rendendo conto, ora che aveva finalmente il tempo di farlo, di tutto quello che aveva perso: padre, madre, amici, casa e, addirittura, la sua città.
La musica era solo l'ultima goccia in un vaso già pieno di dolore fino all'orlo.

Elias piangeva disperatamente, singhiozzando così forte che tutto il suo corpo quasi scheletrico ne era scosso. Darja non poteva sopportare di vederlo così. “Maledetti nazi!” imprecò sottovoce.”Ascoltami bene, Elias Rabinovitch – disse prendendogli il viso tra le mani, con gli occhi che scintillavano di lacrime e di rabbia, ma con voce ferma – La tua musica non è un rottame. È come la Vittoria di Samotracia, o la Venere di Milo: non è più come era un tempo, ma non per questo è meno bella, anzi, lo è ancora di più per essere sopravvissuta alla guerra e alla distruzione.”
Elias smise di singhiozzare e la guardò, attonito.
“Tu non sei finito, Elias – continuò Darja, con voce più dolce – Hai ancora tanto da fare, tanta bellezza da dare al mondo. Puoi ancora comporre e insegnare. Puoi ancora inseguire l'armonia assoluta e, un giorno, se non ti arrendi, sentirai le tue opere suonate al Bolshoy. Hai solo iniziato la tua nuova vita, Elias Rabinovitch, – mormorò, accarezzandogli il viso – ma se ti arrendi ora, quelli che ti hanno fatto questo avranno vinto.” Mentre parlava, grosse lacrime silenziose scorrevano sulle sue guance.
“No. - disse Elias, asciugandosi il viso con la mano buona – Non glielo permetterò.”
Darja tirò un sospiro di sollievo nel vedere la vecchia scintilla che si riaccendeva negli occhi del suo compagno.
Elias trasse un profondo respiro. “Hai ragione, Darja. - disse, molto più calmo – Non posso mollare adesso. Non posso lasciarmi ossessionare da quello che ho perso. Ho ancora tanto da fare con te...”
Sul volto di Elias apparve l'ombra di un sorriso. “Ad esempio andare a caccia di nazi...”
Darja ricambiò il sorriso, prese delicatamente la mano infranta di Elias tra le sue e la baciò.
“Io e te abbiamo solo iniziato, amore mio...” sussurrò.

mercoledì 24 febbraio 2010

Spin-off - La casa Bianca

La villa era bianca ed elegante, di stile europeo, circondata da un giardino ben tenuto, pieno di piante tropicali. Era una maledetta incongruenza. Era detestabile, pensò Elias, furioso.
Poi scosse la testa. La villa in sé non aveva niente di male, in sé. Era simile a molte altre ville delle parte ricca della città, costruite da capitani d'industria e proprietari terrieri, a volte addirittura prima che il Brasile diventasse indipendente.
Quello che lo mandava fuori dai gangheri era che la sua preda potesse permettersi di abitarci con la sua nuova identità di rispettabile industriale del settore metallurgico. Aveva soldi da far schifo, una collezione di oggetti d'arte e un posto nella società rispettabile, il buon vecchio Welf. Aveva fatto le cose per bene, lo sporco bastardo. Gli ci erano voluti degli anni per rintracciarlo, anni in cui quell'individuo si era potuto godere le sue ricchezze inique, senza timore e senza vergogna. Ma le cose stavano per cambiare, la giustizia lo stava per raggiungere. Prima o poi arrivava sempre.
All'inizio Elias aveva pensato di avere tutto il tempo del mondo di ritrovarli uno per uno, ma si era reso conto che il suo principale avversario, più che le sue vittime, che pure a volte gli davano del filo da torcere, era il tempo stesso. Non si era mai perdonato di avere perso una preda, il Maggiore Dietrich Habermas, per colpa di un ictus. Era morto nel suo letto, attorniato da una famiglia affettuosa e, sperabilmente, inconsapevole. Anche la feccia dell'umanità invecchiava.
Elias si voltò verso i suoi improvvisati compagni di ventura, una banda di rapinatori specializzata negli assalti alle ville nei quartieri alti. Erano dei veri professionisti nel settore, con diverse rapine all'attivo e per di più erano tutti neri o mulatti, provenienti da una delle bande che controllavano le favelas arroccate in cima ai colli nella periferia della città.
Come sarebbe stato divertente stare a guardare mentre quel crucco di merda si ritrovava la casa svaligiata da degli “sporchi negri”... Sapere che i suoi soldi sarebbero finiti nelle favelas sarebbe stata la ciliegina sulla torta della serata.
Fece un cenno al capo della banda, Divo, un mulatto di un metro e novanta, vestito con capi sportivi contraffatti, ma armato di un fucile dell'esercito americano perfettamente oliato e funzionante. Il rapinatore sorrise.
"Andiamo” sussurrò Elias, mettendo il colpo in canna nella sua Tokarev TT.


Juninho, il più giovane membro della banda di Divo, aveva un brutto presentimento riguardo al colpo. Lo aveva avuto fin dal momento in cui il Polacco si era presentato al loro covo, su nella favela. Il Polacco non gli era piaciuto a prima vista, anzi gli aveva fatto correre un brivido spiacevole lungo la schiena. Sembrava malato, con gli occhi scuri infossati e troppo brillanti, come se avesse sempre la febbre, era troppo pallido, anche per essere un bianco, ed era tutto vestito di nero, come uno iettatore. E poi non era mica normale che uno spuntasse dal nulla a proporre un colpo, attentamente pianificato. Aveva già raccolto le informazioni, sorvegliato la casa, censito le vie di fuga, aveva già fatto tutto da solo, insomma.
Un bel giorno era arrivato alla favela da solo, dopo il tramonto, armato solo di una vecchia pistola sovietica, e aveva chiesto di parlare con il Divo. “Ho un lavoretto facile facile da proporvi.” aveva detto il Polacco, con calma e un forte accento dell'Est europeo. Parlava come uno dei cattivi russi nei film di 007.
Secondo Juninho, il lavoro era troppo facile e, per quanto fosse giovane, appena promosso da vedetta a vero soldato della banda, il ragazzo aveva già capito che niente era mai così facile.
Non era normale,accidenti! Che razza di secondi fini aveva quel tipo? Magari era un agente della polizia militare in incognito. Cosa buona non poteva essere.
Juninho aveva provato a comunicare i suoi dubbi a Divo, ma lui si era limitato a ridergli in faccia. “Fosse anche il diavolo, se davvero lì dentro ci sono tutti i soldi che dice, lo seguirei lo stesso.” gli aveva detto.
Juninho in ogni caso si era premunito. In tasca aveva delle immaginette di Santo Expedito e di Nossa Senhora Aparecida, che lo avrebbero protetto dai pericoli, e per buona misura aveva chiesto ad una mae de santo di fargli una benedizione per difenderlo dagli egun, gli spiriti dei morti inquieti. E, secondo Juninho, il Polacco era un egun o come minimo era seguito da una banda di quegli spettri. Il ragazzo poteva quasi vederli e comunque li avvertiva, come un freddo nelle ossa tutte le volte che si avvicinava troppo al Polacco. C'era una forte energia negativa intorno a quell'uomo. Il ragazzo considerava spesi bene i soldi che aveva dato alla mae de santo per comprare una capretta e un bel po' di cachaça da offrire agli orixas per garantirgli protezione.
Arrampicandosi ad un albero lungo il perimetro della proprietà con la pistola cacciata nel dietro dei pantaloni, il ragazzino pensava che ne avrebbe avuto bisogno.

Divo immaginava che il pollo, proprietario della casa, sarebbe stato ricco sfondato, ma non immaginava fino a questo punto. C'era roba costosa e antica ovunque. Soprammobili e ninnoli facevano bella mostra di sé in eleganti vetrinette, c'erano quadri stilosi alle pareti. Sembrava un dannato museo più che la casa di un vecchio tedesco pieno di grana. “Tutta roba buona, se sai come piazzarla” commentò il Polacco sottovoce, sfoggiando un sorrisetto compiaciuto. Per un attimo Divo si sentì a disagio sotto lo sguardo febbricitante del Polacco, ma poi pensò alla quantità di grana che avrebbe potuto rastrellare con questo colpo. Abbastanza per spassarsela per un bel po' tutti quanti e anche per acquistare un bel po' di armi per la difesa del colle: AK-47 e AR-15, il meglio che c'era sul mercato delle armi di contrabbando, e proiettili ad alta velocità che aprivano anche i giubbotti anti proiettili della polizia come se fossero stati di carta.
Divo fece un cenno a Dentinho e Lobisomem, che sfondarono le vetrinette e iniziarono a infilare la roba nei sacchi alla rinfusa.
Fate attenzione a non spaccare niente, teste di ca**o!” li ammonì il capo, bruscamente, ma sottovoce. I ragazzi ridevano come fessi, probabilmente troppo fatti ed esaltati dalla prospettiva dei soldi per badare ai dettagli.
Juninho invece sembrava preoccupato. Stava in disparte sulla porta, con la doppietta in pugno e teneva d'occhio i domestici, legati e imbavagliati in cucina, mentre si guardava nervosamente attorno. “Che c'è, marmocchio?” chiese Divo.
"Il Polacco.” rispose il ragazzo.
"Che c'è che non va col Polacco, Juninho, maledizione?” Divo ne aveva abbastanza di tutte le pare che il ragazzo si faceva riguardo al loro improvvisato socio.
È sparito. Su per le scale.” rispose Juninho.
Divo imprecò. Al piano di sopra c'era il padrone di casa, a letto imbottito di tranquillanti, stando a quello che diceva il Polacco. Erano d'accordo che quel piano non sarebbe stato toccato.
Fece cenno a Dentinho e Lobisomem di stare in campana e si precipitò su per le scale.

Il padrone di casa stava dormendo un sonno drogato quando Elias entrò nella stanza da letto padronale. Vestito in un pigiama di seta, Welf russava tranquillamente. Era invecchiato bene negli ultimi quarant'anni, il maledetto.
Elias sentì la rabbia che montava. Quel vecchio dannato aveva vissuto nel lusso per tutto quel tempo con i soldi rubati ai morti.
Pistola in pugno, Elias strattonò il vecchio e lo schiaffeggiò duramente. Welf si svegliò con un sussulto e fissò sul volto di Elias i suoi acquosi occhi grigio-azzurri.
Elias sorrise. “Ben svegliato, signor Mathias Durrenmatt, o forse dovrei dire capitano Welf Stradonitz della terza divisione SS?” lo salutò in perfetto tedesco, puntandogli la pistola in mezzo agli occhi.Il vecchio sussultò di nuovo, con gli occhi sbarrati. “Come... Come fai a saperlo?” sussurrò, il terrore evidente nella voce.
"Segreto...” mormorò Elias, che si stava godendo immensamente il momento.
Il vecchio iniziò a piagnucolare. “Io... io ti darò tutto quello che vuoi. Ho molti soldi, sai.” Parlava a precipizio e tremava, bianco come le lenzuola di tessuto pregiato del suo letto.
"Vi facevo più coraggiosi, voi ariani.” lo canzonò Elias. Non sapeva cosa pensare: in parte gli sembrava che il terrore del vecchio fosse un giusto contrappasso per la disperazione che aveva inflitto ad un sacco di povera gente quarant'anni prima, ma in parte era deluso. Si aspettava almeno un po' di lotta da parte di un uomo, anzi no di un individuo (chiamarlo uomo sarebbe stata un'offesa al resto del genere umano) noto in passato per la sua ferocia.
“Ti prego, ti darò quello che vuoi, ma non mi rovinare la reputazione... Ero giovane e seguivo gli ordini dei miei superiori... Non capivo...” si lamentò. Elias era disgustato. La mano con cui teneva la pistola si abbassò di pochissimo, ma quel poco bastò per alimentare le speranza del vecchio.
La sua voce acquistò un po' di sicurezza, nel rinnovare la sua offerta. "Pensa, potresti diventare ricco. Basta chiedere e ti darò quello che vorrai. Qualunque cosa...” promise.
Sul volto di Elias si dipinse una smorfia di rabbia. <Solo un vecchio...
Quanti vecchi inermi erano morti a causa della ferocia insensata di gente come Welf Stradonitz? Nessuno aveva avuto pietà di loro, anche se erano “solo dei vecchi”, anzi appunto perché erano dei vecchi, inutili e inabili al lavoro, erano stati i primi a morire.
Elias chiuse gli occhi per un attimo e la pistola si abbassò ancora, scendendo ancora più in basso di prima.
Dietro lo schermo degli occhi chiusi, Elias rivide i morti, ammassati a mucchi in fosse comuni, e i sopravvissuti denutriti, sporchi e disperati. Giustizia, invocavano tutti.
Elias riaprì gli occhi.
"Hai ragione, Divo. È solo un vecchio.” disse con calma, voltandosi verso di lui.
Il bandito annuì, abbassando il fucile con mosse lente.
L'ex capitano delle SS emise un profondo sospiro di sollievo.Elias rialzò di nuovo la pistola, guardò il vecchio negli occhi e premette il grilletto.

mercoledì 6 gennaio 2010

Spin-off - Una granita di sangue


La prima volta che aveva visto del sangue sparso sulla neve, Aiace aveva dieci anni. Aveva nevicato molto quell'inverno e i ragazzi del paese erano scesi vicino al fiume per fare una battaglia a palle di neve con quelli del borgo vicino. Uno dei suoi compaesani, non ricordava esattamente chi, aveva confezionato una palla di neve con un contenuto eccessivo di ghiaccio e l'aveva sparata dritto sul naso di Biagio, il figlio del macellaio. Non gli era mai andato a posto del tutto.
I ragazzi del suo paese se l'erano svignata a gambe levate, mentre Biagio sanguinava e strillava come un maiale, tenendosi il naso. Aiace era rimasto un attimo di più, a fissare affascinato il sangue che colava sulla neve. Ricordava di aver provato un senso di irrealtà. Sembrava finto, troppo rosso, con sfumature fucsia, troppo brillante, come se qualcuno avesse inavvertitamente rovesciato per terra dello sciroppo di granatina.
Anche ora che il sangue era suo, Aiace non riusciva a scrollarsi di dosso quella sensazione di irrealtà. In ginocchio nella neve, osservava le grosse gocce che si staccavano dal suo mento per cadere fumando sul manto bianco. Ciascuna scavava un piccolo avvallamento nella neve con il suo calore. Drip... Drip...
Il tempo sembrava essersi congelato, come tutto il resto sull'Altopiano. Aiace non provava dolore, anche se era vagamente consapevole che avrebbe dovuto, e i suoni gli sembravano stranamente attutiti come se avesse del cotone nelle orecchie, ma vedeva tutto in modo estremamente chiaro e netto.
Il suo commilitone Sergio si voltò verso di lui al rallentatore, con gli occhi sbarrati, e gli urlò qualcosa che però non colse, poi una granata scoppiò a breve distanza, proiettando una pioggia di schegge affilate e il mondo tornò a muoversi alla consueta velocità.
I suoni tornarono prepotentemente a inondare la sua percezione, il tuono dei grossi calibri, il suono acuto e sibilante dei proiettili più piccoli che fendevano l'aria, le urla e le bestemmie dei feriti.
Aiace e i suoi compagni di plotone corsero come matti attraverso la terra di nessuno, disperdendosi sul terreno per non farsi colpire tutti insieme da una eventuale granata, scavalcando buche e reticolati. Ogni volta che si fermavano, acquattati nella neve fangosa, i mitraglieri scatenavano un uragano di pallottole sul nemico. Giunti a poche decine di metri dalla trincea nemica (erano così vicini che vedevano il bianco degli occhi dei Kaiserjaeger quando questi si sporgevano dalla trincea per sparare), tolsero la sicura alle bombe a mano, i petardi Thevenot, e le scagliarono dentro la trincea austriaca.

Il lato sinistro del suo viso era incrostato di qualcosa di appiccicoso, ma lui non ci fece caso.
I soldati nemici erano terrei e sembravano dei ragazzini e Aiace sapeva che anche dal suo lato era così: erano stanchi, mezzi congelati, affamati e terrorizzati. Senza addestramento, potevano solo sperare di cavarsela e avere una paura folle e onnipervasiva. La guerra era una fregatura per tutti gli schieramenti.
Quando si era arruolato volontario, non avrebbe mai immaginato che sarebbe finita così. Pensava che la guerra sarebbe durata poco, al massimo fino a Natale, e avrebbe portato cambiamenti positivi per il popolo. Invece, tre natali dopo, quello stesso popolo moriva in trincea, mentre i soliti si arricchivano con le commesse militari e le libertà individuali erano represse in nome della Patria.
E lui era bloccato in quel carnaio, potendo solo scegliere se avere paura o diventare quello di cui gli altri avevano paura. Dalle facce troppo giovani dei soldati austriaci si capiva benissimo quale fosse stata la sua scelta.
Lanciate le granate, gli Arditi impugnarono le pistole, le care vecchie Villar Perosa soprannominate “Pernacchia”, e saltarono nella trincea nemica con i pugnali tra i denti.
Quello che accadde dopo era per Aiace un ricordo confuso di sangue, urla e spari. Ad un certo punto un suono sibilante, come il respiro di un drago asmatico, e l'odore di cherosene avevano annunciato l'arrivo del plotone con i lanciafiamme e le urla erano salite di tono.
Ma alla fine la trincea era stata conquistata. Arrivarono i fanti ad occupare la posizione e i ragazzi del suo plotone di Arditi iniziarono a rilassarsi, facendosi passare un pacchetto di sigarette. Fu solo allora, quando una recluta che non doveva avere ancora diciotto anni si fermò a fissarlo sbigottito, che Aiace si rese conto di aver perso un orecchio e cominciò a provare dolore.




Spin-off - Il sapore della vendetta


Questo racconto è apparso anche sul forum del sito www.labarriera.net, in occasione del 12° contest di scrittura. Tema: mangiare (in tutte le sue accezioni)

Appostato sul tetto del convento dei domenicani, Raymond annusava l'aria della notte. Da lassù, Tolosa odorava di pioggia e di dolci natalizi. Le cucine del convento fervevano di attività in quei giorni. Cannella, miele, frutta candita... Uhmm...
Un tempo questo profumo gli avrebbe fatto venire l'acquolina in bocca, ora invece, sebbene fossero giorni che non si nutriva, non sentiva niente, a parte un po' di nostalgia. Come un fedele prima del consolament, il sacramento dei Buoni Cristiani, come ai vecchi tempi di Limoux, Raymond aveva digiunato per prepararsi all'impresa. La fame gli attanagliava le viscere, ma più di tutto era il senso di vuoto che si portava dentro dalla morte di Alienor a divorarlo. Li aveva cercati tutti, uno per uno, gli uomini che erano stati lì quella notte, ma quella sensazione continuava a consumarlo a poco a poco, erodendo la sua sanità mentale, cancellando ogni sentimento tranne l'odio e il senso di colpa e trasformando la sua esistenza in una caccia continua e disperata. Dopo ogni uccisione, quel vuoto si acquietava, momentaneamente saziato, ma non durava mai. Prima o poi ricominciava a divorargli l'anima e lui era costretto a ritornare a cercare, a cacciare, a trovare altre vittime per placarlo.
Frate Aymeric era l'ultimo, ed era quello che aveva inferto la ferita più profonda alla sua anima. Forse con la sua morte tutto sarebbe finito. Forse il vuoto dentro di lui sarebbe scomparso.
Sospirando, Raymond si calò dal tetto nel loggiato che circondava il chiostro. Tutto era silenzioso. Il cavaliere rinnegato avanzò lungo un corridoio dove su entrambi i lati si affacciavano le semplici celle dei frati. Camminava silenzioso come un'ombra alla luce fioca e rossastra delle torce disposte ad intervalli regolari lungo le pareti.
Arrivato alla porta della biblioteca, Raymond esitò un attimo con la mano sulla maniglia. Dalla fessura tra anta e battente filtrava una lama di luce. Qualcuno studiava ancora, nonostante l'ora tarda, come era sempre stata l'abitudine dell'ambizioso Aymeric. Al ricordo, la rabbia e la fame gli bruciarono dentro. Girò la maniglia con decisione ed entrò. Come gli avevano detto i suoi informatori e come immaginava, Aymeric era lì e si girò di scatto al suono della porta che si apriva.
“Chi è là?” chiamò l'inquisitore, allarmato. Era solo.
Nascosto nel buio, con il mantello nero e il cappuccio alzato, Raymond Le Maur era poco più di un'ombra fra le ombre. Fece un passo avanti , entrando nel cerchio di luce proiettato da una delle torce e abbassò il cappuccio.
Il volto pallido dell'inquisitore si fece terreo. Aymeric sgranò gli occhi e fece per gridare, ma Raymond si mosse fulmineo, lanciandosi contro di lui. Gli strinse la gola con una mano possente e lo fece sbattere contro il muro. L'impatto brutale contro la parete costrinse l'inquisitore ad esalare l'aria che aveva nei polmoni con un gemito. Aymeric chiuse gli occhi, forse perdendo conoscenza per un istante, ma subito dopo riuscì a trovare la forza di lanciare un sguardo rovente al suo avversario. “Ero quasi riuscito ad ucciderti, figlio del demonio...” riuscì a gracchiare con voce colma di disprezzo. Raymond strinse più forte la gola del domenicano. Il vuoto nella sua anima si risvegliò al pieno della sua furia.
L'inquisitore cercava di mostrarsi forte, ma sotto l'odore di cera da candele ed inchiostro, Raymond sentiva il puzzo acre della sua paura, un odore che un tempo l'avrebbe disgustato, ma che ora lo inebriava. Solo e senza guardie, Aymeric era indifeso. Era la sua preda. La fame era ormai così forte da fargli girare la testa, era troppo tempo che non si nutriva.
Aymeric, da quel viscido serpente che era, se ne accorse e ne approfittò per cercare di prendere qualcosa nascosto tra le pieghe del saio bianco e nero. Ringhiando, Raymond gli fece sbattere la testa contro il muro abbastanza forte da lasciare una macchia insanguinata sui mattoni e lui perse la presa. Una fiala di acqua benedetta si ruppe ai suoi piedi.
Raymond spostò lo sguardo dalla fiala infranta all'inquisitore semi-svenuto e sorrise, mettendo in mostra le zanne. “Questo è per Alienor e per i catari che avete impiccato a Limoux.” mormorò.
Il sangue dell'inquisitore era amaro come il fiele per il terrore, ma Raymond lo sorbì fino all'ultima goccia, gustandolo come un vino pregiato, finché non sentì il suo cuore marcio che si fermava. La sensazione del calore e del potere che lo pervadevano fu più forte del solito, abbastanza intensa da farlo accasciare al suolo accanto al cadavere, tremando per l'esaltazione, come un
mujaheddin intossicato di hashish. Accanto a lui Aymeric fissava il soffitto con occhi spenti.
Raymond ridacchiò come se fosse lievemente brillo. Era valsa la pena di aspettare, di digiunare, per gustarsi meglio la vendetta. La sua fame era saziata, il vuoto finalmente riempito. Si sentiva in pace, ma per quanto?




martedì 29 dicembre 2009

Spin- off - Train de mort


Quando era giovane, il treno era un simbolo di libertà, una macchina fantastica che accorciava le distanze e avvicinava i popoli.
Ricordava il primo viaggio che aveva fatto da solo a quindici anni nel 1915. Suo padre l'aveva accompagnato con il suo fiacker fino alla stazione di Vienna, fra mille raccomandazioni, e lui era partito con il suo zaino e il suo violino alla volta di Praga, per andare a seguire le lezioni di un famoso concertista.
I suoi coetanei ricordavano anche un altro treno, il convoglio militare che a 18 anni li aveva portati sull'Altopiano a sparare a dei poveracci italiani e a morire come mosche. All'epoca, lui aveva preso la tisi ed era stato scartato alla visita di leva. Sembrava messo male, ma sua madre lo aveva spedito da dei parenti in Croazia, in un paesino minuscolo affacciato sul mare, e alla fine era guarito.
C'erano stati altri viaggi per lui. Nel '32 era partito verso la Spagna, per conto del suo giornale, a seguire le vicende della neonata repubblica. La transizione da giornalista d'assalto a miliziano era stata facile: in un batter d'occhio si era ritrovato sulle barricate con un'arma in mano, a sparare addosso ai franchisti, insieme ai compagni delle Brigate Internazionali. Aveva scoperto di avere un certo talento per le armi, tanto che alcuni compagni avevano preso a soprannominarlo “il Virtuoso”.
Era sempre stato comunista, e l'ideale sarebbe rimasto nel suo cuore fino alla fine della sua vita, più del ricordo di qualunque amore, ma si era disamorato della sua applicazione reale. Che senso aveva combattersi all'interno della stessa fazione, fra comunisti, socialisti e anarchici? Che vantaggio ne aveva potuto trarre Stalin? La Spagna era persa, dopo tutti gli sforzi e il sangue versato. Come amava dire un suo compagno, Aiace, un italiano anarchico e veterano di guerra: “Se noi siamo divisi, vince il padrone.”, ed era esattamente quello che era successo.
Un treno l'aveva riportato in Francia, nella notte, insieme a tutti gli altri reduci, un treno pieno di tristezza. Come era diverso dai treni della partenza, pieni di canzoni ed entusiasmo... Erano partiti giovani e pieni di vita e tornavano vecchi e morti dentro. Molti suoi compagni si erano suicidati.
Ed in Francia erano stati trattati come spazzatura, un detrito della marea montante della storia, un imbarazzo. Era riuscito a malapena a rimanere fuori dalle istituzioni per reduci ed era rientrato a Cracovia tramite l'aiuto di amici e parenti. Sua madre e suo padre erano fuggiti da Vienna dopo l'Anschluss e lo aspettavano lì. La pace era durata pochissimo, per lui non era forse nemmeno iniziata.
Quando la Polonia era stata invasa, aveva lasciato i genitori a Varsavia ed era partito per la foresta con un gruppo di compagni, per unirsi alle
forze di resistenza polacche, lui che si era sempre considerato austro-ungarico.

Elias Rabinovitch, al secolo Ephrahim Reiziger, ebreo e comunista, sospirò e spense nel fango la sua sigaretta arrotolata a mano. Accoccolato in un fosso, nel fango, aspettava con i suoi compagni l'arrivo del treno. Ironico come adesso i treni fossero diventati uno strumento di oppressione e di morte. Treni con vagoni piombati portavano centinaia di migliaia di persone nei campi e treni militari blindati portavano in giro i nazi a massacrare i civili.
Il treno che stavano aspettando era uno di questi. E loro lo avrebbero fermato, con tre cariche di esplosivo e una buona dose di fortuna.
Anche con il favore della notte, era un'impresa disperata. Tutti i suoi uomini erano volontari, li aveva scelti uno per uno tra quelli che non avevano più niente da perdere, esattamente come lui.
“Sta arrivando” disse il piccolo Vojcek, di appena 16 anni, orecchio incollato a terra come nella migliore tradizione dei film western.
Elias sorrise e fischiò.
Marek e Mordechai, appostati lungo i binari ad un miglio di distanza l'uno dall'altro, piazzarono le cariche e srotolarono le micce, correndo piegati in due fino alla sicurezza del fosso.
“A posto, capo.” bisbigliò Marek.
Scese il silenzio. Gli uomini del piccolo commando di Elias attesero immobili nonostante il freddo e l'umidità che si insinuava nei vestiti, mentre il rumore del treno che arrivava si faceva sempre più forte in lontananza.
Infine il treno apparve da dietro la curva. Elias attese che l'ultimo vagone superasse il palo che avevano usato come riferimento e diede il segnale.

Mordechai e Marek azionarono il detonatore, distruggendo i binari prima e dopo il treno.
L'esplosione catapultò pezzi di binario, traversine e zolle di terra per un raggio di diverse centinaia di metri. Ottimo esplosivo, pensò Elias, dono di Karol, che lavorava in miniera e di queste cose se ne intendeva.
Attese che la maggior parte dei detriti cadesse a terra e poi saltò fuori dal fosso imbracciando il fucile. I suoi uomini lo imitarono, urlando come indemoniati e sparando. Elias aveva comandato fuoco a volontà. Contrariamente alle abitudini, non era il caso di risparmiare munizioni.
Dovevano far credere al nemico di essere molti di più di quanti in realtà non fossero e tenere l'attenzione e il fuoco concentrati su di loro, in modo che dall'altro lato del treno Janos avesse tempo di piazzare e fare esplodere anche la terza carica, la più grossa.
La fortuna sembrava essere dalla loro, per il momento. La motrice del treno non era riuscita a fermarsi in seguito all'esplosione ed era deragliata, trascinandosi dietro un paio di vagoni. Al momento giaceva di traverso sui binari, contorta e fumante. Nessuno dei soldati tedeschi aveva ancora iniziato a rispondere al fuoco.

Elias sapeva che dovevano resistere solo qualche minuto, solo il tempo necessario perché Janos piazzasse la carica, tornasse al sicuro e azionasse il detonatore. Due o tre minuti, cinque al massimo.
Dopo circa un minuto e mezzo (mentre sparava Elias teneva il tempo canticchiando un valzer) iniziarono a fischiare i primi proiettili nella loro direzione. I tedeschi dei vagoni ancora in piedi sparavano attraverso i finestrini. Elias si gettò di nuovo nel fosso con un'imprecazione e ricaricò il fucile, strisciando per spostarsi un po' più verso la testa del treno e dare ai compagni un po' di respiro per ricaricare. Vojcek come sempre lo seguì. Sentendo le pallottole che arrivavano da un'altra direzione, i tedeschi concentrarono il fuoco su di loro, come previsto.
Vojcek sorrideva come un matto apparendo e sparendo dalla vista dietro il bordo del fosso come uno degli animaletti di quei giochi da luna park, e sparando un caricatore dietro l'altro, apparentemente invulnerabile, come Gavroche, mentre tutto intorno le pallottole sibilavano a casaccio, strappando pezzettini di terra attorno alla loro posizione.

Ad un certo punto - “quasi quattro minuti, che accidenti sta facendo Janos?!” imprecò sottovoce Elias - si avvertì un'esplosione, troppo piccola però per essere la terza carica. Qualche secondo e se ne sentì una seconda e poi una terza. “Shlomo sta lanciando le nostre ultime granate!” avvertì Vojcek. Elias ringhiò. Dannato rabbino pazzo, sarebbe stato difficile procurarsi altre granate di questi tempi, pensò con stizza. Si sollevò di nuovo per sparare l'ennesimo caricatore, pensando che se Janos ci avesse messo altri due minuti, le munizioni sarebbero finite e gli sarebbe toccato comandare la ritirata. Elias odiava lasciare i lavori a metà.
Ebbe appena il tempo di sparare due colpi, poi il treno saltò per aria. Elias fu scagliato con violenza nel fosso e, per una volta, benedisse il fango che per mesi li aveva tormentati. Senza la sua presenza ad attutire il colpo, probabilmente si sarebbe rotto qualche osso nell'impatto. Poco più in là, un pezzo di lamiera fumante si infisse con violenza tremenda nel terreno. Elias sperava caldamente che tutti i suoi uomini fossero riusciti a mettersi al riparo in tempo...
Dopo pochi secondi ci fu un'altra esplosione e il cielo si arrossò quando la caldaia del treno scoppiò per il calore. L'odore di gasolio in fiamme era quasi nauseante.
Elias sogghignò. Difficilmente qualcosa sarebbe uscito vivo da quel dannato treno.




Spin-off - Manifestazione


Il corteo aveva attraversato la città al tramonto, come un serpente multicolore e molto arrabbiato. Le vie erano quasi deserte: ovunque negozi chiusi con assi di legno, finestre sprangate, transenne e polizia in assetto antisommossa, in attesa lungo il percorso.
Delfi sembrava ostile e chiusa, ma solo perché la gente era quasi tutta lì in corteo, attivisti locali, che avevano pianificato il percorso fino alla sede del summit tenendo conto delle eventuali vie di fuga. La polizia in Grecia era famosa per il trattamento riservato agli attivisti per i diritti civili. Sarebbe bastata la minima provocazione per scatenare attacchi con gli idranti e lanci di lacrimogeni, e se nel caos fosse risultato che qualche proiettile alla fin fine non era di gomma ma d'argento, la colpa sarebbe stata comunque scaricata sui provocatori. Per questo l'ordine di non distruggere niente questa volta era stato tassativo.
La testa del corteo era occupata da un enorme striscione bianco e rosso, sorretto da un gruppo di folletti daktyloi e centauri dai volti solenni. “ORA UCCIDETECI TUTTI” c'era scritto in greco e inglese.
Un gruppo di sidhe dipinti di blu suonava una marcia ipnotica con cornamuse, tamburi e violini, fianco a fianco con alcuni studenti dell'università di Atene che gridavano “Eleutheria, Isonomia, Parrhesia!”.
Poco più indietro l'associazione dei lavoratori coboldi inalberava una foresta di cartelli neri: su ciascuno c'era il nome di una fabbrica che teneva comportamenti discriminatori verso le persone non umane.
Ai margini del corteo alcuni ragazzi e ragazze attaccavano manifesti e distribuivano volantini ciclostilati in diverse lingue sull'emancipazione e l'integrazione delle popolazioni non umane.
Ancora più avanti, gli angeli custodi del corteo, armati di walkie-talkie e scudi di plexiglas, avrebbero sostenuto per primi l'impatto delle cariche per permettere al resto del corteo di ripiegare su una via alternativa.
C'era nervosismo nell'aria, forse anche paura, ma dominavano rabbia e determinazione.
L'occasione era propizia: la risoluzione, scritta da Irlanda e Francia, era perfetta. Se solo Grecia, Germania e Inghilterra non avessero opposto il veto...
La speranza c'era, ma era cauta e mitigata dal timore che, pur di far firmare gli ultimi tre paesi, si sarebbe scesi a compromessi inaccettabili.
Per questo erano lì, giovani e meno giovani, di ogni specie, nazione e credo: avrebbero piantato le tende davanti alla sede del summit e non se ne sarebbero andati finché la risoluzione sui diritti delle persone non umane non fosse stata firmata.


Lo spiazzo davanti al palazzo del governo magico Greco sembrava immenso nelle cartoline, ma bastava a malapena per accogliere tutto quel popolo multiculturale e colorato.
Si erano seduti tutti per terra, e avevano iniziato a far girare bottiglie di vino e di birra e altri generi di conforto. In un angolo della piazza era stato montato una specie di palco, da cui parlavano i delegati, eletti dal movimento nei mesi precedenti, che stavano trattando per essere ammessi al summit.
“Le trattative si protraggono, non ci vogliono far entrare, perché hanno paura. Ma noi siamo stufi di subire. Non vogliamo tolleranza, perché tolleranza implica una concessione di un soggetto superiore ad uno inferiore. Noi vogliamo pari diritti e pari dignità!” diceva un goblin dalla pelle verde acceso. Era basso e rachitico ma aveva una voce possente e un'incrollabile fiducia nelle sue idee.
Dopo di lui prese il microfono un ragazzo bruno con le corna e un anello al naso che indossava la maglietta dell'associazione Romolo & Remo per i diritti del mutantropi. “Scusate l'intrusione, gente. Non sono un delegato, ma vi chiedo solo di guardare tutti là...” disse, indicando un condominio dirimpetto al palazzo del governo e sogghignando, e saltò giù dal palco.
C'era gente sul tetto del condominio indicato dallo sconosciuto e nel giro di qualche secondo la facciata fu ricoperta da uno striscione gigante. Le foto dei ragazzi morti nell'ultimo anno in manifestazione sorridevano al di sopra della scritta “CHI SONO I VERI MOSTRI?”, grandi abbastanza da essere visibili dai politici in riunione.
Dalla piazza si levò un immenso clamore, alcuni si alzarono in piedi agitando i pugni verso la polizia e poi qualcuno fece partire un coro, che si propagò a tutta la piazza: “VOGLIAMO DIRITTI, CI DATE POLIZIA! È QUESTA LA VOSTRA DEMOCRAZIA?!”
Le trattative si sbloccarono quasi istantaneamente e i delegati del movimento entrarono a testa alta nel palazzo del governo. L'attesa fu lunga e snervante, ma nessuno si mosse, nemmeno in seguito alle pressioni della polizia, nemmeno quando gli agenti iniziarono a radunarsi ad un capo della piazza agitando gli sfollagente. Sul palco improvvisato si alternavano discorsi politici e gruppi musicali. “Andremo avanti tutta la notte se necessario!”, “Noi di qui non ce ne andiamo!”, “Forza ragazzi, siamo ad un passo dal traguardo!” ribadivano dal microfono.
Verso le due di notte, il portone del palazzo del governo si aprì.
Una dei delegati, un'arpia, volò fuori e si appollaiò sulla cancellata.
“Hanno firmato!” esclamò, alzando il pugno al cielo, e la piazza esplose di gioia, musica e grida.




lunedì 15 giugno 2009

Il Portale (Episodio 2.6.3)

Lykos si fiondò nel dipartimento a tutta velocità.
Nell'ufficio c'era un caos davvero notevole: gli agenti si stavano armando in assetto da guerra e il capitano Narwa stava sbraitando al telefono con la gente del Servizio Portali.
La voce dell'elfo, abitualmente calmo e controllato, era così alta che Lykos riusciva a sentire esattamente cosa stava dicendo (ed in gran parte erano cose irriferibili) anche attraverso il vetro dell'ufficio e al di sopra del rumore dei suoi colleghi.
Alle sue spalle, anche Arsinoe fece il suo ingresso nella stanza.
Il licantropo si infilò rapidamente il giubbotto antiproiettile, tenendo sempre d'occhio il capo, e affibbiò attorno alla vita il cinturone con la pistola d'ordinanza.

Non che la avesse mai usata molto durante gli ormai cinque anni che aveva passato al DCS, ma era obbligatorio portarsela dietro.
Narwa riattaccò violentemente il telefono e uscì dall'ufficio ancora piuttosto alterato e armato di tutto punto.
“Svetlana, chiama giù quelli della morgue e digli di preparare i furgoni e svegliare Von Marinovic, ho appena sentito i soccorritori: è brutta.”
La ninfa dai capelli azzurri annuì con decisione e si attaccò al telefono, componendo l'interno dell'obitorio.
Dopo una breve e brusca conversazione, Svetlana riattaccò e fece un segno positivo al capitano.
“Qualcuno chiami Mark sul cellulare e gli dica di mandare una squadra sulla nostra scena. - ordinò Narwa – Ci muoviamo.”


Gli uomini del DCS uscirono dall'edificio e corsero verso la struttura di fronte, dove si trovava la squadra di maghi addetta all'apertura di portali.
L'edificio era poco più di un capannone all'apparenza, ma ospitava un cerchio di potere che consentiva di aprire portali stabilizzati, cioè sicuri, e maghi esperti, in grado di aprirli.

Senza un cerchio di potere si potevano comunque aprire dei portali, disponendo di un adeguato livello di energia magica, ma era considerata una pratica come minimo rischiosa.

C'erano molte cose che potevano andare storte in un portale estemporaneo: per prima cosa il portale, altamente instabile, avrebbe potuto chiudersi all'improvviso scagliando in luoghi ignoti i malcapitati utilizzatori oppure qualcun altro, o meglio qualcos'altro, avrebbe potuto sfruttare il varco per entrare nel mondo, se la destinazione non fosse stata correttamente specificata.

Per questo ed altri motivi, dopo una serie di incidenti piuttosto sanguinosi, la Comunità Magica Europea aveva deciso di vietare l'apertura di portali estemporanei.


Le squadre del DCS non erano sparse su tutto il territorio, ma concentrate nelle caserme principali, il che rendeva pressoché obbligatorio servirsi di portali per raggiungere le scene del crimine più distanti.
Di solito si raccattava tutto l'equipaggiamento e ci si infilava in un portale fino alla più vicina stazione della PME e da lì si prendeva in prestito un furgone per arrivare sulla scena del crimine, a meno che non fosse in un posto perso in mezzo al nulla.
In questo caso il personale del Servizio Portali, chiamati amichevolmente Apriporte, dovevano aprire una via di accesso diretta alla scena del crimine.

Il lavoro di Apriporte era uno dei più tecnicamente e concettualmente complessi della PME ma era molto ben remunerato.
Ci volevano da sei a dieci persone per tenere aperto un portale sufficientemente grande e stabile per far passare una squadra intera, ed era un lavoro drenante, tuttavia questo non dava il diritto agli Apriporte di sentirsi più importanti di tutto il resto della PME.

Tuttavia, gli uomini del Servizio Portali di Scwartzwald erano dei gran coglioni, sempre pronti ad appigliarsi al regolamento per fare difficoltà agli agenti anche in casi di assoluta emergenza, come questo.


Narwa stava discutendo con il responsabile del portale, cercando di convincerlo di aprire la porta nelle dirette vicinanze della zona calda.
Ovviamente, siccome aprire portali tra due cerchi era molto più facile, il responsabile del Servizio Portali stava facendo resistenza.
“Sentimi bene, Krauss. È un'emergenza, capisci?” sibilò, piuttosto irritato.

Ho le mani legate, mi dispiace. - rispose l'Apriporte, un uomo piuttosto giovane che sembrava più uno studioso di fisica che un poliziotto – Il regolamento dice chiaramente che, se c'è una caserma nelle vicinanze, il portale deve essere diretto lì.”
“Salvo-casi-di provata-emergenza.” scandì Narwa, come se stesse parlando con un bambino un po' duro di comprendonio.
“La bomba è già scoppiata, che fretta vuoi che ci sia?” replicò Krauss con un certo grado di irritante noncuranza.

Narwa diventò così rosso di rabbia che le cicatrici del suo recente incidente risaltavano biancastre e inquietanti.
Strinse i pugni e si rivolse minacciosamente al suo interlocutore. “Ascoltami bene, Krauss. Ne ho abbastanza del tuo atteggiamento. Ora tu apri questo portale oppure farò un rapporto sul tuo conto per intralcio alle operazioni di polizia così lungo che, se ti sospendono quanto basta per leggerlo, fai in tempo a finire in bancarotta. Mi hai capito?” l'elfo non stava urlando ma si capiva perfettamente che faceva sul serio e che avrebbe portato a compimento la sua minaccia.
“Va bene, va bene. Lo apro, ma sotto la tua responsabilità, elfo.” Krauss fece retromarcia, non gradiva avere problemi dagli affari interni.

Perfetto.” disse recisamente il capitano, voltando le spalle all'uomo. La conversazione, per quello che lo concerneva, era da considerarsi conclusa.


Capitano! - chiamò Lucy, una agente di origini anglo-nipponiche – C'è qui Mark della scientifica al telefono. Chiede le coordinate della scena del crimine.”

«Le coordinate... - riflettè Narwa – Quel ragazzo non ha ancora perso certi modi di dire militari, nonostante tutto l'impegno che ci mette a dimenticare.»
“Passamelo, che gli spiego come arrivarci.” rispose l'elfo, allungando una mano per prendere il cellulare.

L'agente annuì e cedette l'apparecchio.
“Mark? Sono Narwa.” la ricezione, come sempre vicino ai forti campi magici era piuttosto disturbata.
“Hey, Capitano!” Nonostante le scariche la voce del responsabile della scientifica sembrava strana, un po' strascicata forse.
“Tutto bene?” chiese Narwa.

Ho avuto un piccolo incidente prima, ma niente di grave.” rispose Mark con un accenno di risatina.
L'elfo conosceva Mark abbastanza da sapere che 'piccolo incidente' era un eufemismo per dire che non era scoppiato niente, stavolta.
Scosse la testa, se Mark aveva avuto un 'piccolo incidente' con ogni probabilità era ormai sotto effetto di marijuana o di quello strano intruglio chimico che serviva a mettere un freno ai suoi poteri psichici.
“Sei sicuro di essere in condizioni di dare una mano?” domandò.
“Certo.” Gli addetti al portale avevano cominciato a cantilenare il rituale di apertura del portale e le scariche stavano peggiorando, ma Narwa riuscì benissimo a percepire l'irritazione nel tono dello scienziato.
“Va bene. – tagliò corto – Non ho molto tempo per spiegarti, perché stanno già aprendo il portale, quindi apri le orecchie. La scena del crimine è la sede dell'associazione Romolo&Remo, nel quartiere universitario del Luogo Nascosto di Freiburg, ok?”

Ricevuto, Capitano. So come arrivarci.” disse Mark.
“Il capo della Omicidi ha detto che sul posto c'è già la scientifica locale, ma voglio che tu venga a vedere il casino prima che loro ci mettano le mani sopra.” spiegò l'elfo, alzando la voce per farsi sentire al di sopra del rumore bianco.
“Ci mancherebbe! - si infervorò Mark – Mando a chiamare gli esperti di esplosivi. Saremo lì in 45 minuti, passo e chiudo. Non fategli toccare niente.”
Narwa chiuse la conversazione e lanciò il cellulare alla sua legittima proprietaria, che lo presa al volo con sicurezza.

La cantilena degli Apriporte continuava a salire di volume, pur mantenendo il suo ritmo monotono e ormai si poteva percepire l'energia che si accumulava ronzando nei simboli che componevano il portale.
Arsinoe aveva già visto dei cerchi di potere e riteneva che, esteticamente parlando, questo non fosse decisamente uno dei migliori, ma sicuramente era grosso.
Era scarno e funzionale, con i simboli incisi direttamente sul cemento della parete del capannone e messi in risalto da un po' di vernice scura, niente di paragonabile ad alcuni cerchi antichi che aveva visto in Irlanda e in Egitto, in cui ogni simbolo era una piccola opera d'arte che aveva richiesto le attenzioni di un maestro scultore.
Arsinoe aveva anche visto aprire un paio di portali, cose da poco che potevano trasportare al massimo tre o quattro persone alla volta.
Aprire i portali non era una scienza esatta, le avevano detto, più un'arte dalle sottili sfumature, ma se c'era un minimo di proporzionalità nel livello di potere necessario, il portale che si stava per aprire avrebbe potuto trasportare facilmente una quarantina di persone contemporaneamente, e questo era decisamente impressionante.

I simboli del cerchio iniziarono a risplendere di rosso e la cantilena salì ancora di tono e si fece più incalzante.
Tutti nel salone percepirono il potere che si addensava nell'aria e i simboli iniziarono a brillare di arancione, poi giallo splendente, per stabilizzarsi su un bianco-azzurro incandescente.
Arsinoe distolse lo sguardo, poi decise saggiamente di chiudere direttamente gli occhi, grata che i suoi occhi non fossero così sensibili alla luce come quelli di suo padre, altrimenti si sarebbe ritrovata con una congiuntivite allucinante.
Si coprì gli occhi con una mano ma la curiosità ebbe il sopravvento e non poté resistere alla tentazione di sbirciare tra le dita semiaperte.
Un punto di luce ugualmente biancastra e folgorante apparve nel bel mezzo del cerchio e crebbe espandendosi e vorticando fino a lambirne i confini.

Per qualche istante rimase increspato e vorticoso, come uno specchio d'acqua agitato, poi ribollì ed esplose all'esterno come una fontana di luce liquida ed Arsinoe istintivamente fece un passo indietro per non bagnarsi, sentendosi molto stupida nel farlo.
La luce liquida tutta via non ricadde al suolo ma semplicemente si dissolse a mezz'aria, lasciandosi dietro una superficie perfettamente liscia e immota all'interno del cerchio.


Krauss si asciugò il sudore dalla fronte con un fazzoletto e ghignò soddisfatto. Anche se non aveva avuto nessuna voglia di aprirlo inizialmente, non poteva negare che si trattasse di un portale aperto a regola d'arte.
I portali ancorati da un lato solo erano senza dubbio i più complessi.
“Non c'è che dire, è venuto proprio bene.” commentò, a voce abbastanza alta perché anche l'elfo sfregiato e attaccabrighe potesse sentirlo.


Il capitano Narwa decise di ignorarlo e si voltò verso i suoi uomini.
“Questo portale ci porterà all'imboccatura della via dove si trova la scena del crimine. - spiegò, la luce azzurrata del portale gettava ombre bizzarre sul suo viso – La zona è presidiata dai nostri ed è considerata sicura, ma voglio che teniate gli occhi aperti e la mano pronta, non sarebbe la prima volta che ci fanno il trucco della doppia bomba.”
Tutti annuirono gravemente.
Narwa gettò loro un'ultima occhiata di approvazione e si voltò verso il portale.
“In marcia.” ordinò, inoltrandosi nella luce bianca.



giovedì 2 aprile 2009

Bisogni (Episodio 2.6.2)

Alcuni moduli dopo, Lykos decise che se fosse rimasto chiuso in ufficio anche solo un minuto di più, avrebbe sclerato.
Aveva bisogno di prendere una boccata di aria fresca.
Si guardò attorno alla ricerca di qualcuno a cui sbolognare le pratiche che rimanevano.
Accidenti a quelli della squadra di Rebeq, pensò, grazie alla loro uscita alla francese tutto il resto delle identificazioni era toccato a loro.
Ma che cacchio avevano fatto a Tubinga la notte prima?
C'era così tanta gente in commissariato che più che una rissa sembrava un raduno degli Alpini... Mancavano solo la damigiana di vino con il sifone e le salamelle arrosto.

Tutti gli agenti erano occupati.
No, non tutti, notò Lykos con soddisfazione.
Beh, Arsinoe non era ancora proprio un agente, essendo solo una tirocinante, però era libera, se ne stava alla scrivania dei novellini a studiare.
L'avevano lasciata in pace, visto che stava preparando l'esame di procedura penale, che bravi ragazzi...
Come facesse a studiare con tutto il casino che c'era in giro era un mistero.
Beh, poco male, tanto ora avrebbe dovuto smettere, ridacchiò il licantropo.

“Oi! Arsinoe! - esclamò Lykos facendole un cenno con la mano – Mi daresti il cambio qui?”
“Sto studiando!” protestò la ragazza, scostandosi dalla faccia una ciocca di capelli castani.
Lykos le rivolse uno sguardo supplichevole da cucciolo. “Ti prego! Devo assolutamente andare in bagno... Per favore!”
La ragazza sbuffò e alzò gli occhi al cielo, chiudendo il libro con un movimento deciso.
“D'accordo, che devo fare?” chiese Arsinoe avvicinandosi alla scrivania del collega.
“Basta che fai le domande giuste e compili il modulo. Niente di che...” minimizzò Lykos.
La ragazza si sedette risolutamente davanti al terminale e si scrocchiò le dita. “Non metterci una vita, capito?”
“Promesso!” esclamò il licantropo mentre si dirigeva a passo svelto verso la porta.

A Lykos non piaceva usare i bagni normali.
Fin dalla prima infanzia, aveva sempre fatto i suoi bisogni all'aperto, nel bosco dietro casa in Grecia.
Doveva marcare il suo territorio in fondo, e poi gli piaceva prendersi il suo tempo.
Sgusciò fuori dal DCS e infilò le scale che portavano al seminterrato.
Ignorando la porta dell'obitorio (accidenti, quel posto gli metteva veramente i brividi), si intrufolò nel magazzino e uscì dal retro, nella foresta.
Finalmente fuori!

Lykos si sentiva molto meglio ora che era all'aperto, con gli alberi tutto intorno a sé.
Alzò il viso e annusò, l'aria.
Aveva un odore verde, di erba e foglie con dei toni di marrone , di muschio e legno antico, un odore fantastico.
Con un breve ululato di gioia, il licantropo si lanciò in una breve corsa tra gli alberi, assaporando il suo fugace momento di libertà.
Dopo una breve ricerca, trovò un albero che gli sembrava adatto e, soprattutto, simpatico.
In un bagno di piastrelle e ceramica, chiuso da una porta di legno sottile l'atto non era così soddisfacente, pensava mentre innaffiava allegramente il sottobosco.
L'ambiente era troppo impersonale e claustrofobico, giudicò.
A scuola e all'accademia di polizia, si era sempre dovuto adattare ad usare dei bagni normali, suo malgrado.
Doveva mantenere una parvenza di normalità agli occhi del mondo, soprattutto quando ancora non era entrato in vigore il Protocollo di Tara.
Accidenti, erano proprio dei tempi di merda prima di Tara: i suoi avevano dovuto fare cose pazze per farlo andare ad una scuola normale.
Speravano che il loro primo figlio, cioè lui, sarebbe stato il primo laureato in famiglia, poveracci.
Ovviamente non ce l'aveva fatta: aveva a malapena finito il liceo, cosa che gli era costata uno sforzo notevole.
Stare seduto per tutte quelle ore ad un banco, soprattutto quando fuori c'era il sole, era stata una vera tortura, che lui aveva accettato riluttante per non deludere i suoi vecchi.
Era uscito dal liceo un anno in ritardo e con dei voti non certo brillanti e poi si era arruolato in polizia.

Seguendo il flusso dei suoi pensieri, Lykos cambiò albero.
Non serviva farla contro un albero solo, bisognava delimitare il territorio e servivano almeno tre alberi.
Era un affare complicato, che richiedeva un certo autocontrollo.

Entrare al DCS era stata la fortuna della sua vita, lì sapevano valorizzare un lupo mannaro nel pieno delle sue forze, di un lupo mannaro che era nato e cresciuto come tale e che sapeva esattamente cosa farsene dei sensi iper-sviluppati e della forza inumana.
Lì gli permettevano di essere il cacciatore perfetto che in effetti era.
Era valsa tutta la pena di studiare e prepararsi fisicamente per le selezioni.
Magari non era un alfa nel gruppo e magari non lo sarebbe mai stato, ma apprezzava i suoi superiori: erano dei veri alfa, degni del comando.

Un rumore di foglie che frusciavano alle sue spalle lo fece smettere a metà dell'opera.
Con una bestemmia sulle labbra, Lykos richiuse i pantaloni e si voltò verso l'intruso ringhiando, certamente un rumore del genere non era stato provocato da una animaletto o dal vento, che peraltro non c'era, infatti era una delle giornate più torride dell'anno.
Alle orecchie di un altro il rumore sarebbe stato impercettibile, ma non alle sue.
Chiunque fosse, era bravo, pensò con un sorrisetto, lasciando che le sue mani si trasformassero, dotandosi di artigli, e i suoi occhi da nocciola si tingessero di giallo.
Da una macchia di alberi sbucò di corsa una trafelatissima Arsinoe, con un'aria molto agitata.
“Non sclerare con me, lupo bello. - protestò la ragazza con un'aria irritata - C'è un'emergenza, chiamata alle armi.”
Lykos imprecò di nuovo, fine della libertà:

Però almeno si partiva in missione, pensò con una punta di senso di colpa: tutte le volte che c'era un po' di movimento voleva dire che era successo qualcosa di abominevole a qualcuno.
“Che accidenti è successo?” domandò, incamminandosi verso il comando, tallonata dalla ragazza.
“Hanno fatto saltare una conferenza alla Romolo e Remo.” rispose Arsinoe, piuttosto amareggiata.
“Cosa?!” esclamò Lykos, furioso, e corse verso la base muovendosi con agilità e sicurezza tra gli alberi, senza curarsi se l'inesperta trainee riuscisse a stargli dietro o meno:
“Bastardi!” ringhiò.
Non andava bene così, avrebbe preferito rimanere in ufficio per settimane piuttosto che sapere che l'associazione più attiva per i diritti dei licantropi era appena esplosa.



venerdì 13 febbraio 2009

Attenzione: Lupo frustrato (Episodio 2.6.1)

Lykos Aristomachos odiava il lavoro d'ufficio. Lo odiava con tutto il suo cuore.

Non era fatto per scaldare una sedia per interi pomeriggi, soprattutto quando fuori brillava il sole e c'erano dei criminali interessanti a cui dare la caccia. E soprattutto quando mancavano solo due giorni alla luna piena...
Lui era un lupo mannaro, programmato dalla Natura per essere un cacciatore senza pari.

E non era un lupo mannaro qualunque: Lykos non era stato contagiato dalla maledizione in seguito ad un attacco, la licantropia faceva parte di lui fin dalla nascita. La sua stirpe discendeva direttamente da Licaone figlio di Pelasgo, re dell'Arcadia, il primo lupo mannaro della storia della Grecia, maledetto da Zeus nei tempi del mito per aver provato a fare il furbo con le entità sbagliate.

Nonostante tutto, la sua famiglia ne era testardamente orgogliosa, anche se spesso i tempi erano stati duri per loro.
Per secoli, ad ogni sciagura fortuita e di solito non riconducibile ai Licaonidi, i vicini avevano assoldato cacciatori esperti per liberarsi di loro e prendersi le loro terre.
La famiglia era sempre riuscita a sopravvivere in un modo o nell'altro.
Seguendo l'esempio del capostipite, che secondo il mito aveva qualcosa come 50 figli, i Licaonidi avevano sempre avuto cucciolate numerose, il che aveva garantito la sopravvivenza di qualcuno per continuare la stirpe anche nei periodi peggiori.

Rimuginando sul passato rocambolesco della sua famiglia, Lykos compilava svogliatamente i moduli di denuncia a piede libero per la rissa della notte precedente.
Non ne poteva proprio più... Si sentiva come se la sedia fosse piena di spilli: voleva alzarsi e fare qualcosa, qualunque cosa, tranne stare lì.
La giornata era stata uno schifo finora: era stato cazziato da Ines, che non lo filava di striscio nonostante i suoi sforzi più sinceri, poi era venuto il lavoro d'ufficio, e infine la chiamata alle armi era arrivata solo per l'altra squadra.
Lykos si sentiva molto frustrato.
Quasi sperava che uno dei fermati facesse qualche cazzata immane tipo cercare di scappare o cose del genere per potersi sfogare.
Magari dopo il turno di lavoro avrebbe passato un po' di tempo alla sala d'addestramento del comando...
Con un po' di fortuna avrebbe trovato qualcuno disposto a fare una sessione di allenamento con lui.
Con molta fortuna quel qualcuno sarebbe stato Adrian Saint-Clair o Matyàs Drake.
Lykos quasi gongolò alla prospettiva.
Con quei due non avrebbe dovuto contenersi più di tanto e si sarebbe potuto togliere una soddisfazione nel pestarli come uva matura.
Come lo infastidiva che entrambi quei palloni gonfiati avessero avuto una storia con Ines...
Cosa avevano quei due in più di lui?

Ehem!” qualcuno si schiarì la voce.
Lykos, distolto bruscamente dai suoi propositi di rivincita, sussultò involontariamente.
Scusa se ho interrotto la tua meditazione sui misteri della vita... - lo canzonò Liley, ammanettata alla sedia davanti alla sua scrivania – Ma preferirei uscire da questo cesso di commissariato prima di stanotte, sai com'è.”
Lykos si produsse in un rosario di bestemmie pagane in greco di notevole lunghezza.
La ragazza non battè ciglio.

Ti sei sfogato?” gli domandò con nonchalanche alla fine.
Lykos le lanciò un'occhiataccia e ringhiò. “Non mi provocare, micetta...”
Di solito i mannari di tipo felino non gli causavano grandi scompensi, ma vicino alla luna piena a volte avvertiva il desiderio irrefrenabile di inseguirli fin sopra un albero, soprattutto quando sfoggiavano la loro flemma gattesca.

Battè rabbiosamente gli ultimi dati sul terminale, rischiando di distruggere la tastiera, ignorando meglio che poteva il sorrisetto della ragazza.
Quanto era irritante...
Diede l'ordine di stampa e attraversò la stanza a grandi passi per recuperare il documento dalla stampante comune.
Tornato alla scrivania, lo sbatté di malagrazia davanti a Liley insieme ad una bic d'ordinanza tutta rosicchiata e le tolse le manette. “Firma 'sto foglio e sparisci.”

Liley non se lo fece ripetere due volte e scarabocchiò qualcosa dall'aria vagamente geroglifica, si alzò e si diresse senza una parola alla porta.
Lykos sospirò di sollievo.
La leonessa se ne era andata senza fare più sfoggio del suo irritante umorismo.
Giunta sulla porta Liley si voltò.

“Sei stato velocissimo. Grazie cucciolotto... - disse con voce suadente – Ti regalerò un osso...” poi sparì veloce come un lampo nell'anticamera.
Lykos, seduto alla scrivania ebbe un breve momento di attonita esitazione.
Cogitò se bestemmiare di nuovo tutti gli dei, ma decise che probabilmente sarebbe stato controproducente, infine optò per guaire disperatamente. La giornata continuava a peggiorare.

Quanto mancava a fine turno?




venerdì 25 luglio 2008

Rimedi (Episodio 2.5.8)

Kitty e Mark si diressero in cortile, ignorando gli sguardi degli uomini della Squadra Omicidi.
Lo scienziato si lasciò cadere a terra ai piedi delle scale e chiuse gli occhi sospirando.
Kitty gli si avvicinò preoccupata. “ Come va, Mark?”
Tra poco starò meglio...” cercò di rassicurarla il ragazzo.
Kitty annuì e sorrise, non troppo convinta, ma rassicurante, e si sedette accanto a lui.
La sua aura le faceva pizzicare la pelle. La sensazione non era del tutto spiacevole, comunque.
Notò che Mark aveva ricominciato a respirare profondamente e ritmicamente, se stesse ,mettendo in pratica una tecnica di meditazione.
L'aura tremolò, ma non si spense.
Non ce la faccio...” mormorò, con una sfumatura di paura nella voce.
Un brivido percorse la schiena di Kitty. Se il suo capo aveva paura allora la situazione era davvero brutta.
C'è qualcosa che posso fare per te?” domandò allarmata.
Mark la guardò dritto negli occhi. I suoi sembravano illuminati dall'interno e anche la sua pelle sembrava luminosa.
Kitty sbarrò gli occhi: non l'aveva mai visto così. Sembrava un angelo, un angelo con i dread viola...
Non avere paura, Kitty, non ancora...” disse piano.
Infilò una mano in tasca e tirò fuori un pacchetto di sigarette vecchio e sdrucito, che conteneva poche sigarette fatte a mano.
Ti dispiace se fumo?” domandò.
No,no...” si affrettò a rispondere la ragazza, scuotendo la testa.
Mark sorrise e accese.
Già dal primo tiro Kitty capì che non erano sigarette. Rivolse uno sguardo allibito al suo capo.
Fumare marijuana non era proibito dalle leggi della Comunità Magica Europea ma non era certo ben visto negli ambienti della polizia.
Va bene che il DCS faceva un po' legge a sé, ma fumare sulla scena di un crimine era un po' troppo...

Dopo i primi tiri, fumati intensamente e con gli occhi chiusi, Mark riuscì a rilassarsi.
Sentiva che la luce si stava spegnendo da sola.
Svaniva semplicemente e con essa la paura e la rabbia legate ai ricordi della sua infanzia.
Anche questa volta aveva scongiurato il pericolo.
Niente crisi.
I suoi pensieri erano di nuovo lucidi.
Esalò il fumo con intenso sollievo.
Aveva ancora il controllo di sé.
Era libero. E avrebbe lottato fino alla fine per restarlo.

Aprì gli occhi, deciso a finire con calma la sua canna, a godersela prima di tornare al lavoro.
E vide lo sguardo di riprovazione dipinto sul volto di Kitty.
A pensarci bene non era esattamente riprovazione. Più che altro era preoccupata.
Mark ci meditò un secondo. Accidenti... Kitty era preoccupata che qualcuno lo vedesse a fumare e facesse rapporto.
Mark sarebbe stato lieto se la giornata avesse portato solo uno strascico così di poco conto.
Lo scienziato non poté fare a meno di sorridere, nonostante tutto.
Era stato sul punto di scatenare una tempesta telecinetica, c'erano terroristi omicidi in libertà e Kitty si preoccupava per lui.
Vedendolo sorridere, la ragazza si accigliò ancora di più. “Non so cosa ci trovi di tanto divertente. Se ti chiamano in commissione discipliare sono cazzi...”
Davanti al suo cipiglio severo Mark iniziò a ridacchiare, dapprima sommessamente, poi sempre peggio.
Alla fine stava ridendo a crepapelle, piegato in due.
Kitty era allibita e anche un po' irritata. Mark trovava che la sua espressione fosse molto comica in quel frangente.
Oddio, Kitty... - riuscì ad annaspare – Smettila di guardarmi così...”
Ormai aveva le lacrime agli occhi. La marijuana gli faceva quell'effetto, oltre a scatenargli una fame atroce.
Così come?” chiese Kitty, ferocemente.
Mark riuscì a smettere di ridere quel tanto che bastava a prodursi in una efficace imitazione della ragazza.
Anche Kitty scoppiò a ridere.

Ci volle un po' prima che i due si calmassero.
Kitty era di nuovo seduta accanto a Mark, entrambi erano accasciati ai piedi del muro.
Adesso stai meglio?” domandò Kitty, voltandosi verso il suo capo. La luce viola era scomparsa, lasciandolo più umano che mai, spettinato e con gli occhi arrossati.
Molto meglio... - sospirò Mark, rilassato – Ti ringrazio moltissimo.”
E di cosa?” si schermì la ragazza.
Di non avere avuto paura e di aver riso con me.” rispose Mark alzandosi in piedi.
Le porse una mano per aiutarla. “Andiamo. Il lavoro non è finito.”
Kitty afferrò la mano e si lasciò aiutare.
Si incamminarono su per le scale verso la scena del crimine.

A metà strada Mark si voltò verso di lei. Aveva un'espressione risoluta, non sembrava più sperduto come quando erano scesi.
Lo scienziato era riuscito a uscire dalla spirale di ricordi che lo aveva imprigionato e non aveva intenzione di lasciarsi risucchiare di nuovo dal passato.
Le voci nella sua testa potevano urlare quanto volevano...
Non poteva cambiare quello che era stato per quanto volesse, il futuro però era ancora da scrivere.
E lo avrebbero fatto loro, non quei criminali vigliacchi.
Non permetteremo che la storia si ripeta.” mormorò.